Katiuscia Favero il pomeriggio del 16 novembre chiama sua madre perché ha bisogno di soldi e poi a bassa voce, in modo che nessuno la sente le confida: “Ho paura mamma, accadono cose strane, vieni a prendermi” La madre cerca di tranquillizzarla, il 28 novembre Katiuscia sarebbe uscita dall’Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova. Il giorno dopo, mattina presto, Patrizia chiama presso l’OPG, cerca l’assistente sociale perché ha bisogno di alcuni documenti. Le prime due volte le viene detto che l’assistente sociale ancora non è arrivata, alla terza, erano le 12 circa, invece di passargliela, la fanno parlare con il Dott. Vernizzi il quale le dice: “Sua figlia ha fatto una birichinata!” Patrizia pensa che l’avesse combinata grossa, un litigio. Il medico continua: “Si faccia coraggio sua figlia è morta! Si è suicidata ieri sera nel reparto Arcobaleno” La madre si chiede “Perché non sono stata avvertita alla prima telefonata che ho fatto alle 9, oppure la sera stessa? Cosa non dovevo sapere o non sentire?” Il magistrato non vuole disporre l’autopsia, la morte è chiara “… la causa è da imputarsi a diastasi articolazione atlante epistrofea e soffocamento da impiccagione”. Patrizia fa tutti i giorni Varazze-Mantova, Mantova-Varazze deve sapere la verità. Sua figlia aveva un diario, quando le viene restituito mancano alcune pagine, fra le quali proprio quella del 16 novembre. Sua figlia non aveva motivo per togliersi la vita, sarebbe uscita dopo pochi giorni; al 28 novembre aveva scritto: “Che bello oggi viene mamma a prendermi!” La madre si reca sul luogo del ritrovamento, un giardino dove la sera nessuno, oltre al personale medico, poteva avere accesso (solo con un pass). Sui suoi indumenti all’altezza dei glutei e delle cosce segni verdi, forse a seguito di un trascinamento, le sue scarpe sono pulite, mentre il terreno era umido e fangoso. Si sarebbe tolta la vita con un lenzuolo, nessuno l’ha notata uscire con un lenzuolo eppure ci sono le telecamere (tranne nel giardino). La madre descrive la rete dov’è stata ritrovata: “Una di quelle da pollaio che se ti appendi viene giù, è impossibile che si sia potuta suicidare così, fra l’altro il lenzuolo non poteva entrare perché lo spazio era minimo.”
La vita di Katiuscia non è mai stata facile, dall’età di 13 anni inizia ad avere problemi di tossicodipendenza, qualche furto. Potrebbe essere recuperata, lo psichiatra del Centro di Igiene Mentale (Cim) di Savona ha sempre dichiarato che la ragazza poteva essere recuperata con un reinserimento nella vita familiare seguita dallo stesso Cim o strutture analoghe. Invece no, per Katiuscia un ospedale psichiatrico insieme a donne che hanno perfino ucciso i loro figli, quindi con problematiche più accentuate rispetto a lei definita “borderline”. Nel febbraio del 2002 denuncia una violenza sessuale da parte di un medico e due infermieri. Viene spostata in una casa circondariale a Genova. Al momento del processo scompare il referto ginecologico che sua madre aveva visto, il caso viene archiviato. Il magistrato di sorveglianza manda nuovamente Katiuscia a Castiglione delle Stiviere. Dove verrà trovata morta. Inizialmente il pm chiede il rinvio a giudizio per Antonio Esti (lo stesso infermiere che a suo tempo venne accusato dalla giovane di violenza sessuale) ma di nuovo viene archiviato il caso. La madre ancora oggi non ha nessun esito della perizia sottoungueale. Quindi nessuno è responsabile della morte di una ragazza di 32 anni quanto meno per mancata sorveglianza.

L’ottusità di certa gente è al di fuori di ogni umana comprensione e logica.
D’altronde, come nel caso di Carlo Parlanti, fatto il primo “errore”, poi non si può far altro che occultare il tutto.
Un pensiero solidale e silenzioso a questa mamma.
Storia veramente triste ed assurda, non l’unica purtroppo in Italia. Grazie per la segnalazione!
Maledette carogne fottute, meritate di bruciare all’inferno per l’eternità, a cominciare dai PM.