Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘crisi’ Category

Imprenditori suicidiE’ un dramma che si ripete. È una solitudine che logora giorno dopo giorno. Elio Bartolomucci, 52 anni, titolare di una piccola impresa è stato ritrovato morto suicida. La crisi. Le banche. Equitalia. Il pignoramento. Così come non ce l’ha fatta il giornalaio di Catignano Gianni Marcotullio. Oggi un imprenditore di Montesilvano ha lasciato un messaggio su una pagina Facebook “Non riusciamo ad andare avanti, alcuni eventi negativi, mi hanno fermato con la nuova attività di ambulante, avevo incominciato da poco questa cosa. Mi è venuta una forma di depressione che a volte mi trattiene al letto. Ho paura che vada male, io non voglio perdere la dignità ne la casa, sono due cose a cui tengo molto, o sarà la fine per me, ormai sono 3 anni che stiamo in condizioni precarie. Stò cercando di non sprofondare nel buco della depressione”.E’ un limite sottile quello che ti porta a pensare al gesto estremo, se lo varchi non torni più indietro. Invece Daniele Vignandel ce l’ha fatta è riuscito a ritrovare l’amore per se stesso e l’ha testimoniato per il libro “Imprenditori suicidi”: “Tutto inizia se ti accorgi che non riesci a far fronte al tuo fido e “sforando” di continuo ti vengono addebitati costi allucinanti e chieste sempre maggiori garanzie per poi sfociare nel classico: «Ok dobbiamo appianare tutto il debito o procediamo al fallimento… » Arrivati a questo punto, veramente non sai che fare. Lo sconquasso che si crea a casa diventa terribile se la situazione con la tua compagna era già difficile, e se, come nel mio caso, hai un bambino “diverso” da aiutare, la frattura diventa insanabile. Eppure devi rimanere lucido per tuo figlio che non può difendersi, per il senso del dovere che deve esserci in ognuno di noi e per l’istinto di sopravvivenza che ti prende. Il percorso che ti porta al pensiero del suicidio non è immediato, ma se il credito si chiude inizia un’agonia impressionante. Ogni giorno hai il terrore di rispondere al telefono, il postino è un incubo e se lavori sempre meno, ti senti rinchiudere la vita in una prigione senza sbarre. Più crudele di tutto ciò c’è l’indifferenza di chi ha lavorato con te e ora ti azzanna senza pietà, anzi, notando per primo le tue difficoltà. Questo è condensato in poche parole, ma è un percorso che dura anni, nel quale ti senti inutile, sbagliato, stupido ma soprattutto non riesci ad essere lucido per trovare soluzioni che non ci sono fino al punto di dire: voglio dormire e non svegliarmi più. Lo fai senza pensare alla morte in sé, ma è solo il desiderio di dormire dopo anni di sonno mancato, sorrisi spenti, vita senza futuro per te e per tuo figlio. Vedi la scatola e dici…. ma sì, mi addormento e non ci penso più. La mia fortuna è stata la foto di mio figlio sorridente e un nuovo amore appena sbocciato con una donna che mi ha fatto capire che si ama anche se il futuro è disastroso. Tutto questo mi ha fatto reagire alla stupidaggine appena fatta ed ho vomitato ciò che speravo mi desse la pace. Ma questa era una pace vile e senza orgoglio che non mi appartiene e con presunzione posso dire che le difficoltà continuano, ma io non cedo a questo modello di società senza cuore nè umanità

Esiste una rete di psicologi che hanno aderito al progetto Terraferma, offrono assistenza gratuita ad imprenditori che si sentono soli.

 

Annunci

Read Full Post »

suicidioOggi mi ha scritto sulla pagina del libro “Imprenditori suicidi” un imprenditore di Bologna chiedendomi aiuto.  Non è un grido di chi ha bisogno di soldi, ma di chi vuole un’assistenza psicologica. Un ragazzo di 36 anni che, per ribellarsi ad un sistema che chiede soltanto, ha smesso di pagare le tasse da quattro anni: “Ho capito come si faccia in fretta a considerare il suicidio come soluzione. Cerco di allontanare l’idea pensando a mio figlio e alla mia compagna, ma quando mi perdo nelle mie preoccupazioni arrivo sempre lì. So che la mia vita vale di più, che valgo più dei 90.000 euro di debito con Equitalia, però non vedere più un futuro è devastante. E non parlo di vizi e beni, non sono più interessato a quelle cose inutili, mi riferisco al fatto che non posso essere un sostegno economico alla vita di Diego,a non poter progettare nulla per lui anche se la famiglia della mia ex moglie è solida e non gli mancherà mai niente,non era questo che avevo in mente. La mia codardia mi impedirà di fare gesti estremi, ma mi sono già suicidato dentro e citando il servizio delle iene di ieri sera,non vedo più il mondo a colori. Grazie per quello che fate perché la politica si è già espressa sull’argomento, pura statistica al confronto con la Grecia, voi invece vedete le persone, non il loro fallimento e il loro debito. Conoscete su Bologna qualcuno che si interessi davvero alla prevenzione suicidi? Grazie ancora, un abbraccio.” La politica in questi anni ha preteso solo tasse sempre più alte, e come soluzione le aziende pensano al taglio degli stipendi, ma se i soldi sono sempre meno, chi consuma? Anche un bambino capirebbe che non può essere la soluzione giusta: garantire lavoro ma con un salario più basso. I piccoli imprenditori sono disperati, loro non possono chiudere e andarsene all’estero, per fallire ci vogliono soldi, così come per aprire un’attività da un’altra parte: lo possono fare solo i grandi, quelli che hanno abusato dei finanziamenti statali senza nemmeno ridarli sottoforma di tasse. Ogni città ha la sua vittima, frustrazione ed impotenza ormai sono diffuse e chi resta deve fare i conti con il dolore e con Equitalia che chiede il conto perché i morti della crisi lasciano in eredità i debiti. E’ di oggi anche la notizia di un giornalaio che conoscevo, Gianni Marcotullio si è tolto la vita, continuava a tenere aperta la sua attività in un paesino dell’entroterra abruzzese, Catignano, luogo che nessun politico ha mai ritenuto meritevole di sviluppo turistico; dove chi resta è davvero un eroe. E così se ne vanno per dignità, perché non possono onorare i loro debiti. Mentre chi ha portato alla deriva questo Paese, rimane al solito posto, senza provare nemmeno un po’ di vergogna.

 

Samanta Di Persio

Read Full Post »

no morti sul lavoroIeri, 9 aprile, cinque lavoratori hanno perso la vita: a Bologna un uomo di 51 anni e’ morto schiacciato dal suo mezzo, un carro attrezzi, durante le operazioni di rimozione di un’auto in sosta vietata. Dai primi accertamenti sembra che il veicolo, fermo su una rampa molto ripida, si sia spostato all’indietro travolgendo l’autista sceso per un controllo. A Como non ce l’ha fatta Romeo D’Ettore, 57 anni, lunedì, mentre scaricava un autotreno,  un rotolo di rete metallica lo ha travolto e ieri è deceduto. A Palermo un operaio di 41 anni, Giovanni Mannino, stava lavorando nel cantiere per la realizzazione della linea tranviaria in via Leonardo da Vinci è morto dopo essere stato travolto da un camion che faceva retromarcia. Valtina, Alto Adige, un boscaiolo  è stato travolto e ucciso da un albero. A Canosa Sannita un pensionato di 71 anni stava guidando una pala meccanica tipo caterpillar per sistemare il suo terreno, per cause ancora da accertare, si è ribaltato in un dirupo rimanendo schiacciato sotto il mezzo. Dall’inizio dell’anno sono morti più di 100 lavoratori, nel 2012, secondo l’Osservatorio indipendente di Bologna, sono morti 1180 lavoratori e contemporaneamente sono stati persi più di un milione di posti di lavoro. Nonostante la chiusura delle aziende, il numero di uomini e donne, che perdono la vita sul lavoro, è altissimo. Gli incidenti mortali che avvengono in agricoltura, per il ribaltamento del mezzo, potrebbero essere evitati ad esempio intervenendo sul rafforzamento della cabina. Le statistiche dimostrano che nelle aziende dove è presente il sindacato e, almeno un rappresentante per la sicurezza dei lavoratori, gli incidenti sono minimi o non si verificano affatto. La crisi non può essere l’alibi per tagliare la sicurezza, anzi, in questi momenti difficili si deve tenere alta l’attenzione perché i diritti alla vita e alla salute nei luoghi di lavoro, vengono prima di ogni altra cosa. La classe politica, i sindacati e le associazioni di categoria hanno precise responsabilità sulla scomparsa del diritto al lavoro. Una volta si lavorava per vivere, ora per salvare la propria pelle.

Riporto uno stralcio della testimonianza tratta dal libro Morti Bianche, Milena Ben ha perso suo figlio sul lavoro il 18 maggio del 1995: “La disperazione è indescrivibile, non si può perdere un figlio per il lavoro. Non si metabolizza mai la perdita di un figlio, forse può diventare meno pesante, ma non sempre (purtroppo). Dicono che con il tempo si potrebbe anche accettare, del resto non rimane nulla da fare. Se potessimo far resuscitare i morti, in tanti ci proveremmo. La morte tragica di un figlio, con il passare del tempo fa solo sentire che hai perso per sempre la persona più cara che avevi, ti fa sentire impotente, sola in mezzo a tanta gente.

Read Full Post »

Imprenditori suicidiChiusura di imprese, suicidi, manifestazioni in piazza, occupazione delle fabbriche sono gli avvenimenti che hanno caratterizzato il 2012. L’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, con l’avallo dell’allora Ministro dell’economia, fin quando è stato in carica, ha accuratamente omesso i segnali della crisi economica. La stampa asservita al potere non doveva dare notizie allarmanti, altrimenti gli italiani non avrebbero più speso. Invece le imprese soffrono dal 2008, dalla bolla speculativa americana, lo sanno bene coloro che lavoravano con il mercato Usa. Gli imprenditori aprivano, come tutte le mattine le loro imprese, ma qualcosa era cambiato: il telefono non squillava, nessuno richiedeva  merce e sono stati costretti a licenziare, a chiudere, a fallire, a togliersi la vita. Dall’inizio dell’anno i suicidi sono più di settanta, fra marzo ed aprile c’è stato l’apice ed i media hanno iniziato a parlare dei gesti estremi compiuti dagli italiani in preda alla disperazione. Monti è intervenuto con una serie di rassicurazioni sulla nostra uscita dalla crisi, ha sottolineato che i suicidi ci sono sempre stati e l’Italia  è lontana dai numeri della Grecia. La paura più grande è il pericolo di emulazioni, quindi da giugno non si è parlato più di gesti estremi. I tecnici sono stati impegnati per la realizzazione della spendig review: taglio di spese pubbliche per garantire rigore ed equità. Le promesse, però, non vengono rispettate: la Chiesa continua a mantenere privilegi, così come i concessionari di beni pubblici, non c’è traccia di riforme che possano far ripartire il Paese.

Dal 2009 sono nate associazioni di cittadini, imprenditori che chiedono: pagamenti certi, accesso al credito, defiscalizzazione. Nessun provvedimento varato finora va in questa direzione. Dalle testimonianze emerge un quadro sconcertante, in alcuni casi le aziende sono andate in sofferenza a causa di calamità naturali, accertamenti dell’Agenzia delle Entrate, mancati finanziamenti delle banche o peggio sottoscrizione di contratti derivati. Come se ne esce? Alcuni economisti, italiani e non, convinti del fallimento della moneta unica europea, auspicano l’uscita dall’Euro e propongono una serie di soluzioni per far ripartire il Paese. Attualmente i governanti sembrano sordi, ma c’è un popolo deluso da loro, affamato, imbufalito, stremato costretto a compiere illeciti: mette in vendita i propri organi, vende a nero perché altrimenti non potrebbe sopravvivere. Molti dei testimoni vedono come unica soluzione una rivoluzione dal basso.

per acquistare l’ebook “Imprenditori suicidi”

 

Read Full Post »

Piera Petrini Levo ha 53 anni, è figlia di un imprenditore, a sua volta è diventata imprenditrice per salvare l’azienda di famiglia. Salvarla da chi? Non dalla crisi, ma dalle banche che per tutelarsi le hanno fatto sottoscrivere, con l’inganno, derivati. Da quel momento sono cominciati i guai per la sua impresa ma la rabbia le ha permesso di portare avanti una battaglia contro coloro che la stavano facendo fallire.

La testimonianza di Piera: “Oggi la Nuova bb ha quattordici dipendenti e sei soci, la trasformazione in rsl e l’arrivo dei nuovi soci è contestuale ai problemi che abbiamo avuto con il sistema bancario. Nel 2000 mio padre ebbe dei grandi problemi di salute e decise di smettere di occuparsi dell’attività. Come tutte le persone che hanno creato la loro attività penso che mio padre fosse convinto che la sua creatura dovesse morire con lui. Lavoro in azienda dal 1979, da quando conseguii il diploma, perciò mi sono opposta con tutte le mie forze a questa sua decisione, litigando furiosamente. Ma fu irremovibile e ritirò le sue fideiussioni dall’istituto di credito primario, cioè il San Paolo. Questa decisione  provocò una catastrofe a catena perché in qualche modo le altre banche se ne approfittarono: il San Paolo mi revocò immediatamente gli affidamenti, quindi dovevo cercare delle alternative. Mi recai presso la Cassa di Risparmio di Torino, che era l’unica banca presente in paese. Fui subito molto sincera con il direttore della filiale, che consideravo un amico. Lui mi disse che non ci sarebbero stati problemi con la segnalazione fatta dal San Paolo sulla revoca dell’affidamento e con il ritiro delle fideiussioni che eventualmente  mio padre avesse fatto anche presso di loro. Quando arrivò il momento di rinnovare i fidi, il direttore si presentò in azienda con un’altra persona, che poi è stata rinviata a giudizio insieme a lui, e mi fecero sottoscrivere un contratto, con oggetto dei derivati, come condizione sine qua non per avere il rinnovo degli affidamenti. Il tutto mi fu descritto come un’assicurazione sui tassi a costo zero, come un privilegio nel caso in cui la direzione avesse scoperto il ritiro delle fideiussioni, cosa che poi non avvenne. A febbraio del 2001 notai dall’estratto conto il primo addebito, fra l’altro leggero, circa 900 mila lire.  Tutto quello che possedevo l’avevo già dato in garanzia, ero stata privata di tutto, mi sono trovata davanti ad un vera e propria estorsione. Il mio obiettivo era quello di riuscire a pagare i fornitori, i dipendenti, l’Inail, le tasse, senza i soldi della banca non avrei potuto farcela. Non potevo corrispondere ulteriori interessi oltre a quelli che già pagavo, chiamai il direttore della banca, che si presentò nuovamente da me e lui mi precedette dicendo: “Ci siamo resi conto che l’assicurazione così non va più bene perché abbiamo sbagliato i parametri e quindi dobbiamo farne un altro contratto, chiaramente per un l’asso di tempo e per un importo superiori” Sei mesi dopo capii di essere stata truffata perché nell’estratto comparivano due operazione di segno contrario, con valuta marzo, di 44 milioni di euro, ebbi  la prova che nel contratto sottoscritto qualcosa non andasse. Il Pubblico Ministero, il perito nominato dal tribunale e ben tre giudici hanno stabilito che quella transazione è il metodo per applicare il tasso di usura, mi fu applicato un tasso superiore al 28 per cento. Feci la prima contestazione formale nel mese di novembre quando ricevetti l’ennesimo addebito: telefonai in banca ed il direttore si fece negare, andai di persona e fece finta di non conoscermi. Tornai a casa molto adirata, scrissi una raccomandata di fuoco in cui esplicavo che avevo firmato un contratto legalmente valido ma probabilmente mi fu fatto sottoscrivere con l’inganno, inoltre non mi era stata consegnata la copia, (la ebbi dopo un anno mezzo dietro richiesta di un legale)

Intanto avevo enormi problemi di liquidità e poco lavoro. Io e mio marito, che nel frattempo eravamo rimasti soli perché mio padre non ne faceva più parte, dovevamo decidere se continuare o chiudere. Riunimmo i nostri collaboratori e chiedemmo a tutti se avessero portato avanti l’azienda con noi in società. Quando il lavoro ci consentì di essere un pochino più sereni, chiudemmo definitivamente i nostri rapporti con quella che nel frattempo era diventata l’Unicredit e iniziai  a studiare giorno e notte: il contratto che mi avevano fatto firmare, la giurisprudenza italiana, internazionale e quando coinvolsi Elio Lannutti[1], insieme, riuscimmo a far aprire un’inchiesta giornalistica da parte della Gabanelli e vennero avviate indagini presso varie procure italiane.  Il 26 aprile di quest’anno sono state rinviate a giudizio le persone che mi hanno fatto sottoscrivere derivati. La rabbia, la voglia di giustizia, per me e per gli altri, mi hanno spinta ad andare avanti anche da sola, mi sono sentita tradita da persone di cui mi fidavo in un momento in cui ero fragilissima perché stavo lottando per mantenere in vita un’azienda. Attraverso la rete ho scoperto che almeno altre 50mila persone hanno vissuto la mia stessa esperienza. Nonostante tutto la mia azienda è sopravvissuta e devo dire che l’aiuto di alcuni giornalisti è stato prezioso hanno pubblicato la mia testimonianza, scambiato informazioni.

Non c’è dubbio che la crisi sia stata causata dalle banche. La loro responsabilità è immensa e duplice. In qualche modo con i soldi facili hanno illuso tantissime aziende di potercela fare salvo poi incastrarle, metterle sotto pizzo con questo tipo di speculazioni. Inoltre non sono state in grado di esaltare una classe imprenditoriale per il merito: ci sono tantissime aziende che loro hanno fatto fallire perché non erano amici degli amici, perché non avevano una collocazione politica o un padrino.   Mentre si sono completamente dimenticate di dare fiato a chi in qualche modo lo meritava, non mi riferisco solo a me stessa, ho visto chiudere decine di aziende perché le banche non anticipavano i crediti certi, se non a tassi di usura. Quelli che ce l’hanno fatta hanno chiuso con le loro gambe, gli altri hanno portato i libri in tribunale. Nel mio caso uno degli illeciti che hanno commesso è stato proprio questo: non mi puoi fare un contratto a 5 anni su un fido di anticipo fatture auto liquidante entro 120 gg. Cosa mi stai comprendo con 5 anni? Mi piacerebbe tantissimo essere la vincitrice della prima sentenza di condanna dei due funzionari di banca, anche se non sono riuscita ad arrivare ai vertici, la mia vittoria  potrebbe aiutare tante procure d’Italia che stanno facendo questo tipo di indagine perché i derivati li hanno proposti la maggior parte delle banche. L’attuale Ministro Corrado Passera proviene proprio dalla banca che mi ha causato tanti guai, anche se contro Intesa San Paolo non ho potuto fare nulla perché avevano basato l’affidamento sul ritiro delle fideiussione di mio padre e questo non è illegale. Oggi Passera è indagato nella vicenda della Giacomini Spa,[2] mentre il sottosegretario alla Giustizia Zoppini[3] si è dovuto dimettere. Questa vicenda mi fa arrabbiare perchè  la Giacomini, un mio fornitore, ha esportato soldi esentasse in Lussemburgo, ad una sede del San Paolo, e poi sono stati messi a garanzia del San Paolo in Italia ad un prezzo che noi ci sogniamo di notte. Quindi per loro i soldi c’erano perché le indagini hanno accertato questo, ora bisogna stabilire se è stato commesso un reato o meno. A questo punto mi chiedo, come possiamo tollerare un Ministro che come amministratore delegato o si è reso responsabile o non sapeva ed era una marionetta in mano a qualcuno? In entrambi i casi chi non sa gestire una banca non può governare un Paese. Attraverso meccanismi diversi le banche sono state gli attori e gli artefici della morte delle piccole e medie imprese. Il problema è che la crisi non la pagano loro, ma i cittadini e la politica è coinvolta a 360 gradi perché o sono collusi o sono imbecilli e in entrambi i casi tutta questa classe politica va completamente azzerata.


[1] Presidente dell’Adusbef (Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari, Finanziari, Assicurativi)

[2] Corrado Passera è indagato dalla procura di Biella per presunti reati fiscali che sarebbero stati commessi in quanto ex amministratore delegato di Banca Intesa prima e consigliere delegato di Intesa Sanpaolo dopo la fusione con l’istituto torinese. I fatti sono relativi al periodo compreso tra il 4 agosto del 2006 e il 27 giugno del 2007 e le contestazioni riguardano un’operazione detta di arbitraggio fiscale internazionale transitata attraverso Biverbanca, istituto biellese all’epoca controllato da Banca Intesa e poi ceduto al Montepaschi. 30 giugno 2012 http://www.lastampa.it oltre 200 milioni di euro volati negli anni dall’Italia verso il paradiso fiscale del Granducato. Per un paio di procure del Nord Italia, quella di Verbania e quella di Milano, il capo della Seb avrebbe avuto un ruolo non marginale nella colossale frode fiscale di cui è accusata la famiglia Giacomini, titolare dell’omonima grande azienda piemontese, tra i leader mondiali nel settore delle rubinetterie, con oltre mille dipendenti. Secondo la ricostruzione dei pm di Verbania, il capo della procura Giulia Perrotti e il sostituto Fabrizio Argentieri, i soldi evasi al fisco dai Giacomini sono finiti per la quasi totalità su conti della banca lussemburghese di Intesa. Ma c’è di più. La Seb di Lussemburgo non solo custodiva il tesoro dei Giacomini, ma lo gestiva attraverso propri fondi e all’occorrenza ha prestato somme ingentissime alla famiglia. Insomma, un servizio completo. 7 luglio 2012 http://www.ilfattoquotidiano.it

[3] Guardia di Finanza e Carabinieri sono al lavoro per scoprire la destinazione finale dei flussi di denaro. Ieri perquisizioni si sono svolte in Marocco e Lussemburgo e, con altri obiettivi, anche nell’ufficio del senatore della Lega Enrico Montani. Gli inquirenti sospettano che Giacomini lo abbia corrotto al fine di ottenere, a Palazzo Madama, l’approvazione di agevolazioni fiscali per il settore dei prodotti industriali. Ipotesi negata dal senatore: «Nessuna promessa, né dazione di denaro». Insieme a Zoppini sono circa un ventina le persone iscritte nel registro degli indagati. Secondo l’accusa, rispetto alla quale Zoppini si è detto certo di poter «chiarire ogni aspetto che mi riguarda», l’ex sottosegretario del governo Monti avrebbe aiutato i titolari della Giacomini Spa a realizzare la frode fiscale internazionale con una consulenza per la quale il giurista – titolare della cattedra di diritto privato all’università di Roma Tre – sarebbe stato ricompensato, secondo le ipotesi formulate dai magistrati piemontesi, con 800mila euro in nero su conti esteri. Due giorni fa è stato lo stesso Zoppini a rivelare di essere stato raggiunto da un’«informazione di garanzia» per frode fiscale e dichiarazione fraudolenta. 17 maggio 2012 http://www.liberoquotidiano.it

[4] Il gup di Milano Maura Marchiondelli ha rinviato a giudizio Alessandro Profumo, ex ad di Unicredit, e altre 19 persone con l’accusa di frode fiscale. Il caso riguarda una maxi evasione fiscale messa in piedi da Unicredit e dalla banca inglese Barclays per 245 milioni di euro, attraverso un’operazione di finanza strutturata chiamata Brontos. I due istituti, secondo l’accusa, con l’aiuto di due società inglesi e lussemburghesi, avrebbero camuffato utili facendoli passare per dividendi, quindi soggetti a una aliquota fiscale più bassa. 5 giugno 2012 milano.corriere.it

Read Full Post »

Giovanni Perruolo, 52 anni, vive a Montalbano (Sa) con sua moglie ed una bimba di 9 anni. Da una settimana la sua macchina si è trasformata in abitazione. Ma cominciamo dall’inizio: “Per dodici anni sono stato un dipendente di Poste italiane, trasportavo la corrispondenza. Inizialmente lavoravo a Milano. Per un problema di salute ho chiesto il trasferimento. Ho fatto numerose visite, soffrivo di ipolacrimazione, che lo smog milanese accentuava. Fui trasferito a Mantova. Per alcuni mesi la situazione sembrava essere tornata alla normalità, ma il mio disturbo visivo si ripresentò. Chiesi nuovamente il trasferimento perché ero in cura presso l’ospedale di Salerno. Nel frattempo ebbi un sinistro stradale in servizio: il mezzo che guidavo non frenò, il parabrezza si ruppe e fui sbalzato fuori dall’abitacolo. Dopo l’incidente fui dichiarato invalido al 40 per cento. Oggi non riesco più a compiere alcuni movimenti con le braccia, ad esempio mia moglie deve lavarmi i capelli. Ci fu una causa e per cavilli burocratici fui licenziato. Siamo nel 2004. Con i risparmi di una vita, io e mia moglie abbiamo deciso di metterci in proprio, abbiamo chiesto ed ottenuto un finanziamento per aprire un bar. Siamo a Salerno, potete immaginare che non è semplice lavorare tranquillamente se si è onesti. Ho cominciato a ricevere delle minacce, avrebbero ucciso mia figlia.” I figli so’ pezzi ‘e core e Giovanni non avrebbe mai permesso che qualcuno potesse torcere un capello alla sua bambina, così nel 2010 ha chiuso il bar. Inizia la ricerca di un impiego: è difficile per le persone normali, figuriamoci per un disabile. “Mi sono rivolto al comune per avere un alloggio popolare, ma non ce ne sono. Senza lavoro non si pagano affitto, bollette, rate della finanziaria. Nonostante le difficoltà sono riuscito ad estinguere il debito, ma siamo stati sfrattati. Oggi, io e mia moglie rischiamo che ci venga portata via nostra figlia e lei non vorrebbe lasciarci per nessuna ragione al mondo. Siamo più che disperati, iniziamo a non avere più nulla da mangiare. Vorremmo ripartire, aprire un’attività, ma senza casa e garanzie, nessuno è disposto a concederci un credito, non possiamo accedere neanche al bando regionale per l’imprenditoria. Sogno di poter aprire una tavola calda nel mio paese, non vorrei che rimanesse solo un sogno

Read Full Post »

Ansa ROMA – 30 agosto 2011. Un operaio di 35 anni di Orsogna, Massimiliano Bucci, è morto in un incidente sul lavoro avvenuto queso pomeriggio nello stabilimento di Ortona (Chieti) del pastificio De Cecco. L’uomo sarebbe stato schiacciato da una pressa. Sulla vicenda sono in corso accertamenti dei carabinieri.

Quotidiano “Il centro” 31 agosto 2011. Dalla prima pagina – Incidente a Ortona. Operaio Muore nel pastificio De Cecco. In cronaca. Un pagina dedicata alla tragedia. Muore sotto la pressa alla De Cecco. ortona, aveva 39 anni e lavorava nel settore confezionamento. (…) Secondo una prima ricostruzione dei fatti, Bucci è stato ucciso da una pressa di un impianto a valle della complesso catena produttiva dello stabilimento. Il meccanismo sarebbe entrato in funzione mentre l’operaio era all’interno del macchinario, un’operazione di routine in quel reparto. (…) Il Patron (De Cecco nda): vicini alla famiglia. E’ l’incidente più grave negli ultimi vent’anni. (…) Lo stabilimento chiuso 24 ore in segno di lutto.

Dal quotidiano “Il Centro” 1 settembre 2011. Operaio morto alla “De Cecco” di Ortona, indagato il patron Filippo Antonio e due dirigenti (…) Uno è il responsabile per le misure di sicurezza, l’altro il capo del reparto in cui lavorava Bucci (ipotesi omicidio colposo)

Cosa significa un’operazione di routine? Le altre volte sono stati più fortunati? Anche Andrea Gagliardoni è morto all’età di 23 anni, schiacciato da una pressa tampografica per le mascherine delle lavatrici Ariston, il ragazzo l’aveva messa in standby, ma è ripartita. Durante il processo emerse che al maccchinario erano stati tolti 3 dei 3 sistemi di sicurezza.

Mi sono sempre chiesta perchè in Campania la pasta De Cecco costasse meno che in Abruzzo. Nonostante questo assillo, sono abruzzese e come gli italiani comprano Fiat in caso di crisi, da abruzzese compro De Cecco. Apprendo della Morte di Massimiliano, che probabilmente comprava spesso la pasta che confezionava perchè anche lui era italiano. Un tam tam di interventi, anche i sindacalisti, quelli che stanno dietro una scrivania, ribadiscono più controlli: dopo che c’è scappato il morto!

Nel 2008 scrissi Morti bianche, tante famiglie testimoni. Sono trascorsi 3 anni, cambiano i nomi, i luoghi, ma le modalità sono le stesse. Si indaga sull’operaio, il solito coglione che si è distratto, il solito che adesso mette in crisi l’azienda, il lavoro di tutti, la solita accusa per omicidio colposo, un bravo avvocato a difendere la reputazione del padrone ed il posto di lavoro di chi rimane e potrebbe essere il prossimo. C’è scrisi, si deve lavorare, lavorare a nero, fare straordinari sottopagati, insomma bisogna difendersi il posto di lavoro.  C‘è crisi, il primo costo che va ridotto è quello sulla sicurezza, quello che non viene toccato è quello sulla pubblicità, per gli sponsor.  

Vorrei leggere un solo commento: “Lavoro alla De Cecco….” per far sapere a chi è fuori, come vanno le cose lì, sarebbe già un passo avanti

Vorrei un atteggiamento dei media diverso dal solito oblio, non basta una foto in prima pagina. C’è un dopo ed è giusto che le persone sappiano

Vorrei che i sindacati non dimentichino questi giorni di appelli e di parole. Occorrono i fatti

Read Full Post »