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Archive for the ‘fratture’ Category

stefanoI periti della Corte d’Assise di Roma si sono pronunciati sulla morte di Stefano Cucchi: “Morì per grave carenza di cibo e liquidi“. E’ vero Stefano aveva rifiutato di nutrirsi per avere un contatto con l’esterno, di ciò ne era consapevole anche la madre quando la intervistai per il libro La pena di morte italiana (Rizzoli), ma prima di morire  accadde qualcosa. Chi ha provocato quaato riportato dai medici nei referti? Il  medico che lo visitò all’ingresso in carcere dichiarò che Stefano stava male e in carcere non poteva starci: «Si rilevano lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente, di lieve entità e colorito purpureo. Riferisce dolore e lesioni anche alla regione sacrale e agli arti inferiori, ma rifiuta l’ispezione“. Successivamente venne portato al Fatebenefratelli, dalle radiofrafie risultarono «frattura del corpo vertebrale di L3 sull’emisoma sinistro e frattura della prima vertebra coccigea». La famiglia non vedrà mai più il ragazzo dopo l’arresto ed il ricovero al Sandro Pertini.  Stefano lasciato morire perchè avrebbe potuto raccontare qualcosa?  La pena di morte per esser stato trovato con venti grammi di hashish, due di cocaina e due pasticche scambiate per ecstasy invece erano le sue pillole salvavita perché soffriva di epilessia.

Il racconto della madre di Stefano tratto da “La pena di morte italiana”: “Stefano era un ragazzo normalissimo di trentun anni. Aveva avuto problemi di tossicodipendenza in passato, nel 2004 aveva deciso di cominciare un percorso in comunità per disintossicarsi, durato fino al 2007. Con molto impegno e determinazione ne era uscito. Tornato nella società, doveva ricominciare da zero: trovare un lavoro, amicizie, doveva ricostruire la sua vita. In tutti i momenti aveva sempre cercato il sostegno della famiglia, ogni volta dato per migliorare e non come premio. Abbiamo sempre cercato di dare un aiuto costruttivo.(…) Se si era avvicinato al mondo della droga era un ragazzo con le sue fragilità. Non sospettavamo che fosse ricaduto nella tossicodipendenza. Forse abbiamo abbassato la guardia, dopo avere avuto molti momenti difficili, non abbiamo riconosciuto i segnali che probabilmente non erano ai livelli passati.(…) Lo abbiamo scoperto la notte del 15 ottobre. Stefano aveva cenato a casa nostra, era stato benissimo, aveva parlato con noi. Poi uscì per tornare a casa sua. (…)Verso le 22:30 portò fuori la sua cagnetta. All’una di notte tornò a casa per la perquisizione. Citofonò: «Mamma, apri!». Ce l’avevo di fronte, stava bene: non aveva segni sul viso, camminava sulle sue gambe, soltanto un po’ dispiaciuto per la delusione che ci stava procurando. Con lui tre uomini in abiti civili. Dopo poco, dalle scale arrivarono due uomini in divisa. (…) Una perquisizione svolta in maniera superficiale, una mezz’oretta solo nella sua stanza. Chiesero se c’erano altre stanze da vedere, rispondemmo: «Potete vedere ovunque». Andarono via senza trovare nulla. Preoccupata chiesi: «Dobbiamo chiamare l’avvocato?», e loro: «Non si preoccupi signora, già fatto, e per così poco domani torna a casa ai domiciliari». (…)

Dai verbali abbiamo saputo che la mattina, qualche ora prima dell’udienza, c’era stato un intervento piuttosto insolito del 118. A mio avviso non ebbe nessun attacco epilettico, perché un attacco si riconosce, lo stesso infermiere se ne sarebbe accorto. Invece una delle prime stranezze è questa: l’infermiere vide Stefano in una stanza poco illuminata, non aveva modo di scorgere il ragazzo perché lo descrisse sempre completamente coperto, viso compreso. Il 118 era stato chiamato per schizofrenia. Quando l’uomo gli chiese: «Come stai?», Stefano rispose: «Bene, non ho bisogno di niente». Alla fine del verbale c’era scritto: «Il paziente rifiuta il ricovero». Mi sono chiesta perché mio figlio non voleva farsi vedere? Perché era coperto? Conoscendolo non so spiegarmelo.

Dopo l’udienza venne portato nel carcere di Regina Coeli. Un testimone, un detenuto ghanese, dichiarò di avere visto dopo l’udienza il pestaggio nei sotterranei del Tribunale da parte degli agenti di polizia penitenziaria. Lo visitò un medico, che segnalò la difficoltà del ragazzo a camminare; il medico dichiarò che Stefano stava male e in carcere non poteva starci. (…) Lo ricoverarono presso il Fatebenefratelli. (…) Gli vennero dati venticinque giorni di prognosi, che Stefano rifiutò per tornare in carcere. (…) Lo ricondussero in carcere e la mattina seguente lo visitò un altro medico, lo portarono nuovamente al Fatebenefratelli e poi da qui nella struttura protetta del Sandro Pertini. Altra anomalia, in quanto questo è un luogo di degenza dove non sono attrezzati per emergenze. Dalla relazione sembrerebbe che Stefano avesse accettato il ricovero con la condizione di incontrare il suo avvocato. (…)

Stefano aveva lasciato un documento, una lettera per l’operatore della comunità terapeutica che l’aveva avuto in cura in passato, in cui si capisce che voleva vivere:

Roma 20 ottobre 2009

Caro Francesco,

sono al Sandro Pertini in stato di arresto, scusami se ora sono di poche parole, ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori.

P.S. Per favore rispondimi.

La lettera inizialmente non era stata menzionata. Si diceva che Stefano si era lasciato morire. Invece il suo rifiuto era una protesta, così come scritto nella cartella clinica. Il suo obiettivo era un contatto con l’esterno. Nessuno gli ha consentito ciò che era un suo diritto.”

pena di morte

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