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Cucchi: familiari Stefano arrivati a piazzale Clodio

Ilaria Cucchi all’esterno della Procura di Roma per incontrare il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, 3 novembre 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

È scandalo la foto del carabiniere indagato per la morte di Stefano Cucchi pubblicata da Ilaria su Facebook. Più fastidiosa della foto di un corpo senza vita e martoriato, dopo essere passato per le mani dello Stato. Più fastidiosa dell’assenza, del vuoto, della solitudine che rimane nelle famiglie colpite da queste vicende. Più fastidioso del fatto che i colpevoli rimangono ai loro posti perché il dirigente chiude un occhio e poi la gente dimentica. Rimangono ai loro posti perché in caso di condanna la pena viene sospesa, come la vita di chi non c’è più.

Di Stefano si disse che forse se l’era meritato, lo disse l’opinione pubblica, influenzata da chi emette sentenze prima di sapere; perché i tre gradi di giudizio valgono solo per alcuni, influenzata da chi cerca sempre un capro espiatorio da proporre alle folle.

L’allora sottosegretario Giovanardi ne era sicuro: “Stefano Cucchi è morto perché anoressico, drogato e sieropositivo”.

Facilmente si potrebbe pensare che i genitori santifichino sempre i figli ma a volte non è così: “Sapere che negli attimi più difficili della sua vita lui possa aver creduto di non avere il nostro sostegno, perché eravamo arrabbiati con lui per aver sbagliato di nuovo, è la cosa che fa più male in assoluto. Se si era avvicinato al mondo della droga era un ragazzo con le sue fragilità. Non sospettavamo che fosse ricaduto nella tossicodipendenza. Forse abbiamo abbassato la guardia, dopo aver avuto molti momenti difficili, non abbiamo riconosciuto i segnali che probabilmente non erano ai livelli passati”. È quanto mi confidò la madre di Stefano che incontrai ed intervistai, per la prima volta insieme ad Ilaria, a pochi mesi dalla morte di Stefano. Pranzammo insieme, vicino al parco degli Acquedotti, non lontani dal luogo in cui iniziò il dramma del loro ragazzo. Le indagini, in quei giorni, erano concentrate sul personale medico e sugli agenti della polizia penitenziaria. Rimasi sorpresa dalla fermezza delle due donne quando il mio collega pose una domanda: “I carabinieri chiamarono l’ambulanza, secondo voi Stefano avrebbe potuto avere un attacco epilettico ed i carabinieri potrebbero essere stati incapaci di gestirlo, a tal punto da scambiare il suo atteggiamento per un puntiglio?” Loro furono certe che i fatti non potevano essere andati così. Eppure incalzai, perché nella sua prima notte trascorsa nella caserma dei carabinieri quando si presentò il medico del 118 Stefano rifiutò di essere visitato. Perché? Il giorno che si svolse il processo per direttissima, all’indomani dell’arresto, il ragazzo aveva già gli zigomi e gli occhi segnati dalle botte, così come raccontato dal papà Giovanni che era presente in aula. Ma le due donne non mostrarono alcun dubbio nei confronti dei Carabinieri, no, perché in fondo avevano, e forse ce l’hanno ancora, fiducia in quell’arma preposta alla sicurezza dei cittadini.

Il dato di fatto è che c’è un abuso di potere alimentato da una politica che mette sempre alla gogna chi delinque, chi è disperato, chi ha un disagio, mentre i colletti bianchi, che hanno impoverito con forme spesso illecite il Paese ed i loro abitanti, continuano a non scontare nulla, anzi, nei rari casi in cui passano per le mani delle forze di polizia, hanno un trattamento migliore.

Dobbiamo ringraziare Ilaria e tutti coloro che hanno avuto coraggio e lo continueranno ad avere, perché la disperazione, lo smarrimento, la delusione, si sono trasformati in punti di forza che li hanno portati a denunciare, a non nascondere quello che non si doveva sapere.

http://www.huffingtonpost.it/samanta-di-persio/stefano-cucchi-e-morto-che-non-si-sappia_b_8921030.html?utm_hp_ref=italy

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pena-di-morteQuando intervistati la madre e la sorella di Stefano Cucchi ci incontrammo vicino al luogo dove fu arrestato il ragazzo.  Le due donne, seppur disperate e straziate dal dolore, avevano una speranza: la giustizia.  Raccontavano il dramma di Stefano, avevano messo a nudo la loro vita, foto diffuse attraverso i media con l’unico obiettivo di scoprire la verità. Iniziarono ad informarsi e trovarono Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia Aldrovandi. Dall’alta parte però sui giornali comparivano  le parole prive di fondamento dei massimi esponenti delle istituzioni: Giovanardi (allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche per la famiglia ed al contrasto per le tossicodipendenze) definì Stefano Cucchi un drogato morto di anoressia, La Russa espresse piena fiducia nelle forze di polizia. Giudizi per influenzare l’opinione pubblica, prima che la magistratura accerti cosa sia accaduto, non dovrebbero esprimersi in un Paese civile e democratico. Stefano Cucchi è stato portato in carcere e nella cartella clinica c’è scritto: “Riferisce caduta accidentale nella giornata di ivi (16/10/2009) consigliato ricovero presso Fate Bene Fratelli che il detenuto ha rifiutato” Inoltre lamentava dolore all’addome e alla regione sacro coccigea. In un altro referto si può leggere “Si rilevano lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente, di lieve entità e colorito purpureo. Riferisce dolore e lesioni anche alla regione sacrale e agli arti inferiori, ma rifiuta l’ispezione.” Già questi pochi dettagli bastano per sollevare dei dubbi. Aspetteremo le motivazioni della sentenza che assove gli infermieri, ma soprattutto gli agenti di polizia penitenziaria. Da non dimenticare che Stefano la prima notte la trascorse nella caserma dei carabinieri e la mattina in tribunale aveva già il volto segnato, ma i carabinieri raramente vengono indagati.

da  “La pena di morte italiana”. Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi sono morti in circostanze oscure dopo l’arresto da parte delle forze dell’ordine. Casi ormai emblematici che grazie allo sforzo delle famiglie sono arrivati in tribunale. Ma per poche storie che hanno conquistato le prime pagine dei quotidiani, ce ne sono molte altre che l’opinione pubblica ha dimenticato o ignorato. Come quella di Niki Aprile Gatti, arrestato per una frode informatica in cui è coinvolta la società dove lavora. Unico tra i 18 accusati, accetta di collaborare, e cinque giorni dopo viene trovato impiccato in prigione. Come può un laccio da scarpe aver retto il peso di un ragazzo di 92 chili? E Fabio Benini, morto a trent’anni di infarto alle Vallette di Torino: soffriva di anoressia, aveva perso 50 chili e collassava due volte al giorno, perché nessuno ha saputo intervenire? Non bastano il sovraffollamento e l’inadeguata assistenza psicologica e sanitaria a spiegare queste storie: spesso sono proprio le forze dell’ordine a macchiarsi di omissione di soccorsoabusi e violenze contro i detenuti che dovrebbero proteggere e rieducare. In questo racconto di troppe morti sospette, Samanta di Persio ricostruisce, attraverso verbali e testimonianze dei famigliari, gli episodi più inquietanti, fa il punto sulle indagini in corso e denuncia il silenzio delle istituzioni. Perché l’Italia per legge non ammette la pena di morte e la tortura, ma forse le tollera quando avvengono dietro le sbarre. 

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