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Archive for the ‘Giuseppe Uva’ Category

In Italia, come tutti sanno, non esiste la pena di morte. C’è, è vero, ancora la libertà di tortura, in quanto il nostro codice penale non la contempla e qualcuno
se ne approfitta, come durante il G8 di Genova a Bolzaneto e alla scuola Diaz.
Ma la pena di morte non esiste più dal 1° gennaio 1948 come recita la Costituzione italiana. (prefazione Beppe Grillo)

Giuseppe Uva arrestato senza aver commesso reato, portato in caserma e poi in ospedale: è morto dopo qualche ora, le intercettazioni sono chiare, nessun carabiniere indagato

Quella sera era stato arrestato anche un altro ragazzo.
Lo si evince dalle intercettazioni delle 7:54. Giuseppe
era in ospedale. Per un minuto e mezzo, i militari del
Radiomobile risero, si scambiarono battute, poi parlarono
dei due fermati.
Carabiniere 1: «Paolo era impegnato con Uva Giuseppe,
stanotte»
Carabiniere 2: «Sì, sì».
C1: «E poi io gli ho portato qua anche il F.B. Gliel’ho detto
a Mario, non so chi è tra i due… Chi è il migliore. Non
lo so, Uva…».
C2: «No, no. Uva fisicamente lo puoi tenere, è debole».
C1: «Ah…».
C2: «Il B. era intenibile».

Riccardo Rasman, ucciso in casa dalla polizia, i poliziotti sono stati condannati a sei mesi con la condizionale

I Vigili del fuoco salirono, a detta del vigile Giovanni Sadoch, e trovarono gli altri agenti sul pianerottolo: tre uomini e una donna, che ordinarono di sfondare la porta. Questi agenti avevano già il manganello in mano, perlomeno uno di
loro. Certi che si trattasse di Riccardo Rasman diedero il via all’operazione.
Entrati, è facile immaginare come ammanettarono mio fratello: lo tennero fermo sul letto, dopo averlo
steso a pancia a terra, chiesero ai Vigili del fuoco di aiutarli a legargli le caviglie col fil di ferro. Lo imbavagliarono
persino. Gli salirono sulla schiena. Sadoch durante l’interrogatorio affermò anche:
«Tornando al momento in cui l’uomo è stato ammanettato, devo dire che poco dopo sono arrivati altri
agenti, i quali ci hanno detto che potevamo andare via, e così abbiamo fatto». Riccardo era ancora vivo,
anche se immobilizzato in quelle tremende condizioni e con la testa insanguinata.

 

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Il Ministro Angelino Alfano riceve il libro “La pena di morte italiana” insieme alle tre interregozioni parlamentari per far luce sulla morte di Niki Aprile Gatti. Dalla faccia che fa si evince che non è abituato all’incontro diretto con i cittadini. Espressione schifata! Lui è abituato a frequentare il padrone ed il suo avvocato per arrivare nel più breve tempo possibile al legittimo impedimento e al processo breve. I cittadini non sanno nemmeno di cosa si tratti, anche perchè se loro vanno in galera per un po’ di hashish ci muoiono.

Stefano Cucchi non aveva partecipato a nessun Bunga Bunga, tanto meno aveva il suo migliore amico condannato per mafia eppure è morto in carcere. In quel carcere tanto sovraffollato in cui è meglio che i mestieranti della politica non vadano ad aumentarlo. Il Ministro ha in mano un libro dove ci sono le storie di ragazzi che hanno commesso lo sbaglio di essere nel posto bagliato nel momento sbagliato: Federico Aldrovandi, Niki Aprile Gatti, Vito Daniele, Stefano Frapporti, Carlo Giuliani, Katiuscia Favero, Bledar Vukaj, Giuseppe Uva, Riccardo Rasman.

Alla luce di una violenza sessuale in caserma da parte di Carabinieri  il Ministro non dovrebbe soltanto leggere il libro ma imporre che non ci sia omertà, chi sbaglia dev’essere punito! Si discute sempre quale forma elettorale copiare, metodo francese o tedesco, forse bisognerebbe copiare la democrazia!

 

 

 

 

 

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Un viaggio nel buio delle carceri. Da nord a sud della penisola si muore. Nel 2009 i suicidi sono stati settantadue e nel 2010 sessantasei. Statisticamente quello che conta è il dato negativo. Il ministro Alfano (o chiunque fosse stato al suo posto) si riempirà la bocca con – 8,2 per cento i suicidi in carcere. Perché? C’è stata una riforma? Un incremento di agenti? Un miglioramento delle condizioni carcerarie? Nuove carceri più umane? Niente di tutto ciò, è solo un caso.

Ma che cosa avviene in carcere? Bisogna fare due distinzioni.

Ci sono detenuti che si tolgono la vita perché l’ingresso e la privazione della libertà sono traumatici, altri manifestano già problemi psichici oppure avvengono pestaggi da parte di altri detenuti. Le carceri sono sovraffollate, a volte non è possibile nemmeno fare l’ora d’aria. Molte strutture risalgono al XIII secolo. In questo libro non si approfondiscono queste problematiche, ma il secondo caso: le morti sospette, quelle da accertare. In carcere gli agenti picchiano, così come nei fermi, presso le caserme dei carabinieri o della polizia. Stefano Cucchi dopo la notte nella caserma dei carabinieri si presenta all’udienza in tribunale con il volto tumefatto, camminava sulle sue gambe ma a fatica. Poi il ricovero in ospedale dove alla famiglia il 22 ottobre è stato comunicato: “Si è spento!” Giustamente la famiglia si è chiesta da subito come si fa a spegnere un ragazzo che stava bene. Le foto raccontavano tutto. Nessun carabiniere rinviato a giudizio. In un Paese civile e democratico non si può essere condannati a morte per qualche grammo di hashish e cocaina. Ricordano che la pena di morte è stata abolita da un bel pezzo.

La morte di Niki Aprile Gatti invece viene annoverata sempre fra i suicidi, ma leggerete che si tratta di un omicidio. Una madre ama il proprio figlio e spesso è portata ad accentuare i pregi. Nel caso di Ornella non è così. Ho conosciuto persone che avevano condiviso un pezzetto di vita con Niki, lo hanno descritto tutti come un ragazzo buono, educato, dolce. Anchel’ultimo agente di custodia che gli parla lo ricorda così. Con la madre avevano un rapporto saldo, confidenziale, Niki non ha lasciato neanche un biglietto. Era stato portato in un carcere di massima sicurezza da solo, mentre era stato arrestato insieme ad altre diciassette persone nella vicenda Premium (numerazioni telefoniche a pagamento). Da subito ha collaborato e ancora oggi la sua deposizione è secretata. Nessun esame tossicologico, solo l’autopsia che attesta la presenza di un livido a forma di cerchietto sulla parte alta del braccio. Trovato impiccato con un laccio delle scarpe. I suoi compagni di cella spostati altrove. Chi ha ucciso Niki e perché?

In carcere avvengono pestaggi. Ma vince l’omertà. Giuseppe Luzi il comandante del carcere di Teramo in una registrazione audio si sente:  «Il detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto. Abbiamo rischiato una rivolta perchè il negro ha visto tutto» Questa è una prova schiacciante, invece è il detenuto che è stato rinviato a giudizio per aver picchiato un agente.

Un agente mi ha confessato che si picchia con l’asciugamano bagnato perché così non si lasciano tracce sul corpo, ma possono essere colpiti gli organi vitali, quello che si presume sia accaduto ad Aldo Bianzino. Sempre quest’agente mi dice che lui non è mai entrato in cella con altri colleghi, perché una volta dentro non sai cosa può accadere, c’è l’esaltato, il frustrato, chi deve ribadire la posizione di superiorità e giù che si picchia. Poi verrà fatta firmare una dichiarazione in cui si racconta di una caduta accidentale dalle scale, come nel caso di Stefano Cucchi.

Nella polizia penitenziaria come negli altri corpi non si fanno corsi formazione, non c’è un supporto psicologico e poi c’è carenza di personale. Ci sono paesi europei dove tutto questo non accade, in fondo vengono spesi tanti soldi inutilmente per una volta potremmo mandare il ministro Alfano a fare un’ispezione nelle carceri finlandesi o norvegesi.

Stefano Cucchi, Niki Aprile Gatti, Aldo Bianzino, Aldo Scardella, Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi,  Riccardo Rasman, Vito Daniele, Katiuscia Favero, Stefano Frapporti, Giuseppe Uva, Bledar Vukaj, e tanti che non sono menzionati nel libro, sono morti nelle mani dello Stato. Restare in silenzio significa rendersi complici di un sistema che non funziona.

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