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Archive for the ‘Stefano Cucchi’ Category

Cucchi: familiari Stefano arrivati a piazzale Clodio

Ilaria Cucchi all’esterno della Procura di Roma per incontrare il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, 3 novembre 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

È scandalo la foto del carabiniere indagato per la morte di Stefano Cucchi pubblicata da Ilaria su Facebook. Più fastidiosa della foto di un corpo senza vita e martoriato, dopo essere passato per le mani dello Stato. Più fastidiosa dell’assenza, del vuoto, della solitudine che rimane nelle famiglie colpite da queste vicende. Più fastidioso del fatto che i colpevoli rimangono ai loro posti perché il dirigente chiude un occhio e poi la gente dimentica. Rimangono ai loro posti perché in caso di condanna la pena viene sospesa, come la vita di chi non c’è più.

Di Stefano si disse che forse se l’era meritato, lo disse l’opinione pubblica, influenzata da chi emette sentenze prima di sapere; perché i tre gradi di giudizio valgono solo per alcuni, influenzata da chi cerca sempre un capro espiatorio da proporre alle folle.

L’allora sottosegretario Giovanardi ne era sicuro: “Stefano Cucchi è morto perché anoressico, drogato e sieropositivo”.

Facilmente si potrebbe pensare che i genitori santifichino sempre i figli ma a volte non è così: “Sapere che negli attimi più difficili della sua vita lui possa aver creduto di non avere il nostro sostegno, perché eravamo arrabbiati con lui per aver sbagliato di nuovo, è la cosa che fa più male in assoluto. Se si era avvicinato al mondo della droga era un ragazzo con le sue fragilità. Non sospettavamo che fosse ricaduto nella tossicodipendenza. Forse abbiamo abbassato la guardia, dopo aver avuto molti momenti difficili, non abbiamo riconosciuto i segnali che probabilmente non erano ai livelli passati”. È quanto mi confidò la madre di Stefano che incontrai ed intervistai, per la prima volta insieme ad Ilaria, a pochi mesi dalla morte di Stefano. Pranzammo insieme, vicino al parco degli Acquedotti, non lontani dal luogo in cui iniziò il dramma del loro ragazzo. Le indagini, in quei giorni, erano concentrate sul personale medico e sugli agenti della polizia penitenziaria. Rimasi sorpresa dalla fermezza delle due donne quando il mio collega pose una domanda: “I carabinieri chiamarono l’ambulanza, secondo voi Stefano avrebbe potuto avere un attacco epilettico ed i carabinieri potrebbero essere stati incapaci di gestirlo, a tal punto da scambiare il suo atteggiamento per un puntiglio?” Loro furono certe che i fatti non potevano essere andati così. Eppure incalzai, perché nella sua prima notte trascorsa nella caserma dei carabinieri quando si presentò il medico del 118 Stefano rifiutò di essere visitato. Perché? Il giorno che si svolse il processo per direttissima, all’indomani dell’arresto, il ragazzo aveva già gli zigomi e gli occhi segnati dalle botte, così come raccontato dal papà Giovanni che era presente in aula. Ma le due donne non mostrarono alcun dubbio nei confronti dei Carabinieri, no, perché in fondo avevano, e forse ce l’hanno ancora, fiducia in quell’arma preposta alla sicurezza dei cittadini.

Il dato di fatto è che c’è un abuso di potere alimentato da una politica che mette sempre alla gogna chi delinque, chi è disperato, chi ha un disagio, mentre i colletti bianchi, che hanno impoverito con forme spesso illecite il Paese ed i loro abitanti, continuano a non scontare nulla, anzi, nei rari casi in cui passano per le mani delle forze di polizia, hanno un trattamento migliore.

Dobbiamo ringraziare Ilaria e tutti coloro che hanno avuto coraggio e lo continueranno ad avere, perché la disperazione, lo smarrimento, la delusione, si sono trasformati in punti di forza che li hanno portati a denunciare, a non nascondere quello che non si doveva sapere.

http://www.huffingtonpost.it/samanta-di-persio/stefano-cucchi-e-morto-che-non-si-sappia_b_8921030.html?utm_hp_ref=italy

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pena-di-morteQuando intervistati la madre e la sorella di Stefano Cucchi ci incontrammo vicino al luogo dove fu arrestato il ragazzo.  Le due donne, seppur disperate e straziate dal dolore, avevano una speranza: la giustizia.  Raccontavano il dramma di Stefano, avevano messo a nudo la loro vita, foto diffuse attraverso i media con l’unico obiettivo di scoprire la verità. Iniziarono ad informarsi e trovarono Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia Aldrovandi. Dall’alta parte però sui giornali comparivano  le parole prive di fondamento dei massimi esponenti delle istituzioni: Giovanardi (allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche per la famiglia ed al contrasto per le tossicodipendenze) definì Stefano Cucchi un drogato morto di anoressia, La Russa espresse piena fiducia nelle forze di polizia. Giudizi per influenzare l’opinione pubblica, prima che la magistratura accerti cosa sia accaduto, non dovrebbero esprimersi in un Paese civile e democratico. Stefano Cucchi è stato portato in carcere e nella cartella clinica c’è scritto: “Riferisce caduta accidentale nella giornata di ivi (16/10/2009) consigliato ricovero presso Fate Bene Fratelli che il detenuto ha rifiutato” Inoltre lamentava dolore all’addome e alla regione sacro coccigea. In un altro referto si può leggere “Si rilevano lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente, di lieve entità e colorito purpureo. Riferisce dolore e lesioni anche alla regione sacrale e agli arti inferiori, ma rifiuta l’ispezione.” Già questi pochi dettagli bastano per sollevare dei dubbi. Aspetteremo le motivazioni della sentenza che assove gli infermieri, ma soprattutto gli agenti di polizia penitenziaria. Da non dimenticare che Stefano la prima notte la trascorse nella caserma dei carabinieri e la mattina in tribunale aveva già il volto segnato, ma i carabinieri raramente vengono indagati.

da  “La pena di morte italiana”. Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi sono morti in circostanze oscure dopo l’arresto da parte delle forze dell’ordine. Casi ormai emblematici che grazie allo sforzo delle famiglie sono arrivati in tribunale. Ma per poche storie che hanno conquistato le prime pagine dei quotidiani, ce ne sono molte altre che l’opinione pubblica ha dimenticato o ignorato. Come quella di Niki Aprile Gatti, arrestato per una frode informatica in cui è coinvolta la società dove lavora. Unico tra i 18 accusati, accetta di collaborare, e cinque giorni dopo viene trovato impiccato in prigione. Come può un laccio da scarpe aver retto il peso di un ragazzo di 92 chili? E Fabio Benini, morto a trent’anni di infarto alle Vallette di Torino: soffriva di anoressia, aveva perso 50 chili e collassava due volte al giorno, perché nessuno ha saputo intervenire? Non bastano il sovraffollamento e l’inadeguata assistenza psicologica e sanitaria a spiegare queste storie: spesso sono proprio le forze dell’ordine a macchiarsi di omissione di soccorsoabusi e violenze contro i detenuti che dovrebbero proteggere e rieducare. In questo racconto di troppe morti sospette, Samanta di Persio ricostruisce, attraverso verbali e testimonianze dei famigliari, gli episodi più inquietanti, fa il punto sulle indagini in corso e denuncia il silenzio delle istituzioni. Perché l’Italia per legge non ammette la pena di morte e la tortura, ma forse le tollera quando avvengono dietro le sbarre. 

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stefanoI periti della Corte d’Assise di Roma si sono pronunciati sulla morte di Stefano Cucchi: “Morì per grave carenza di cibo e liquidi“. E’ vero Stefano aveva rifiutato di nutrirsi per avere un contatto con l’esterno, di ciò ne era consapevole anche la madre quando la intervistai per il libro La pena di morte italiana (Rizzoli), ma prima di morire  accadde qualcosa. Chi ha provocato quaato riportato dai medici nei referti? Il  medico che lo visitò all’ingresso in carcere dichiarò che Stefano stava male e in carcere non poteva starci: «Si rilevano lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente, di lieve entità e colorito purpureo. Riferisce dolore e lesioni anche alla regione sacrale e agli arti inferiori, ma rifiuta l’ispezione“. Successivamente venne portato al Fatebenefratelli, dalle radiofrafie risultarono «frattura del corpo vertebrale di L3 sull’emisoma sinistro e frattura della prima vertebra coccigea». La famiglia non vedrà mai più il ragazzo dopo l’arresto ed il ricovero al Sandro Pertini.  Stefano lasciato morire perchè avrebbe potuto raccontare qualcosa?  La pena di morte per esser stato trovato con venti grammi di hashish, due di cocaina e due pasticche scambiate per ecstasy invece erano le sue pillole salvavita perché soffriva di epilessia.

Il racconto della madre di Stefano tratto da “La pena di morte italiana”: “Stefano era un ragazzo normalissimo di trentun anni. Aveva avuto problemi di tossicodipendenza in passato, nel 2004 aveva deciso di cominciare un percorso in comunità per disintossicarsi, durato fino al 2007. Con molto impegno e determinazione ne era uscito. Tornato nella società, doveva ricominciare da zero: trovare un lavoro, amicizie, doveva ricostruire la sua vita. In tutti i momenti aveva sempre cercato il sostegno della famiglia, ogni volta dato per migliorare e non come premio. Abbiamo sempre cercato di dare un aiuto costruttivo.(…) Se si era avvicinato al mondo della droga era un ragazzo con le sue fragilità. Non sospettavamo che fosse ricaduto nella tossicodipendenza. Forse abbiamo abbassato la guardia, dopo avere avuto molti momenti difficili, non abbiamo riconosciuto i segnali che probabilmente non erano ai livelli passati.(…) Lo abbiamo scoperto la notte del 15 ottobre. Stefano aveva cenato a casa nostra, era stato benissimo, aveva parlato con noi. Poi uscì per tornare a casa sua. (…)Verso le 22:30 portò fuori la sua cagnetta. All’una di notte tornò a casa per la perquisizione. Citofonò: «Mamma, apri!». Ce l’avevo di fronte, stava bene: non aveva segni sul viso, camminava sulle sue gambe, soltanto un po’ dispiaciuto per la delusione che ci stava procurando. Con lui tre uomini in abiti civili. Dopo poco, dalle scale arrivarono due uomini in divisa. (…) Una perquisizione svolta in maniera superficiale, una mezz’oretta solo nella sua stanza. Chiesero se c’erano altre stanze da vedere, rispondemmo: «Potete vedere ovunque». Andarono via senza trovare nulla. Preoccupata chiesi: «Dobbiamo chiamare l’avvocato?», e loro: «Non si preoccupi signora, già fatto, e per così poco domani torna a casa ai domiciliari». (…)

Dai verbali abbiamo saputo che la mattina, qualche ora prima dell’udienza, c’era stato un intervento piuttosto insolito del 118. A mio avviso non ebbe nessun attacco epilettico, perché un attacco si riconosce, lo stesso infermiere se ne sarebbe accorto. Invece una delle prime stranezze è questa: l’infermiere vide Stefano in una stanza poco illuminata, non aveva modo di scorgere il ragazzo perché lo descrisse sempre completamente coperto, viso compreso. Il 118 era stato chiamato per schizofrenia. Quando l’uomo gli chiese: «Come stai?», Stefano rispose: «Bene, non ho bisogno di niente». Alla fine del verbale c’era scritto: «Il paziente rifiuta il ricovero». Mi sono chiesta perché mio figlio non voleva farsi vedere? Perché era coperto? Conoscendolo non so spiegarmelo.

Dopo l’udienza venne portato nel carcere di Regina Coeli. Un testimone, un detenuto ghanese, dichiarò di avere visto dopo l’udienza il pestaggio nei sotterranei del Tribunale da parte degli agenti di polizia penitenziaria. Lo visitò un medico, che segnalò la difficoltà del ragazzo a camminare; il medico dichiarò che Stefano stava male e in carcere non poteva starci. (…) Lo ricoverarono presso il Fatebenefratelli. (…) Gli vennero dati venticinque giorni di prognosi, che Stefano rifiutò per tornare in carcere. (…) Lo ricondussero in carcere e la mattina seguente lo visitò un altro medico, lo portarono nuovamente al Fatebenefratelli e poi da qui nella struttura protetta del Sandro Pertini. Altra anomalia, in quanto questo è un luogo di degenza dove non sono attrezzati per emergenze. Dalla relazione sembrerebbe che Stefano avesse accettato il ricovero con la condizione di incontrare il suo avvocato. (…)

Stefano aveva lasciato un documento, una lettera per l’operatore della comunità terapeutica che l’aveva avuto in cura in passato, in cui si capisce che voleva vivere:

Roma 20 ottobre 2009

Caro Francesco,

sono al Sandro Pertini in stato di arresto, scusami se ora sono di poche parole, ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori.

P.S. Per favore rispondimi.

La lettera inizialmente non era stata menzionata. Si diceva che Stefano si era lasciato morire. Invece il suo rifiuto era una protesta, così come scritto nella cartella clinica. Il suo obiettivo era un contatto con l’esterno. Nessuno gli ha consentito ciò che era un suo diritto.”

pena di morte

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Il Ministro Angelino Alfano riceve il libro “La pena di morte italiana” insieme alle tre interregozioni parlamentari per far luce sulla morte di Niki Aprile Gatti. Dalla faccia che fa si evince che non è abituato all’incontro diretto con i cittadini. Espressione schifata! Lui è abituato a frequentare il padrone ed il suo avvocato per arrivare nel più breve tempo possibile al legittimo impedimento e al processo breve. I cittadini non sanno nemmeno di cosa si tratti, anche perchè se loro vanno in galera per un po’ di hashish ci muoiono.

Stefano Cucchi non aveva partecipato a nessun Bunga Bunga, tanto meno aveva il suo migliore amico condannato per mafia eppure è morto in carcere. In quel carcere tanto sovraffollato in cui è meglio che i mestieranti della politica non vadano ad aumentarlo. Il Ministro ha in mano un libro dove ci sono le storie di ragazzi che hanno commesso lo sbaglio di essere nel posto bagliato nel momento sbagliato: Federico Aldrovandi, Niki Aprile Gatti, Vito Daniele, Stefano Frapporti, Carlo Giuliani, Katiuscia Favero, Bledar Vukaj, Giuseppe Uva, Riccardo Rasman.

Alla luce di una violenza sessuale in caserma da parte di Carabinieri  il Ministro non dovrebbe soltanto leggere il libro ma imporre che non ci sia omertà, chi sbaglia dev’essere punito! Si discute sempre quale forma elettorale copiare, metodo francese o tedesco, forse bisognerebbe copiare la democrazia!

 

 

 

 

 

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Un libro uscito il 9 febbraio con l’intento di dare voce a chi ha incontrato il poliziotto, il carabiniere o l’agente di custodia sbagliato. Nello sport se un atleta sbaglia viene punito, il calcio ne è l’esempio più lampante, perché per le forze dell’ordine (per non parlare della politica) non avviene? Federico Aldrovandi non si è sbattuto per terra o contro un muro, poliziotti armati di manganello si sono scagliati contro di lui, appena 18 anni, con una furia animale. Il suo corpo livido: viso, genitali, petto. Poliziotti condannati senza essere stati sospesi un solo giorno dal servizio. Nel processo non è emerso qual è stato il ruolo di ognuno. Questa si chiama omertà.

Riccardo Rasman, un ragazzo affetto da schizofrenia in cura presso il centro di igiene mentale di Trieste è stato assalito in casa: imbavagliato, legato con il fil di ferro, picchiato ed ucciso non da malviventi, dalla polizia di Stato. Condannati a 6 mesi senza la sospensione dal servizio.

Stefano Cucchi lo ricordano tutti perché le sue foto sono ben note. Rinviati a giudizio tre agenti di polizia penitenziaria e processo breve per il direttore dell’ufficio detenuti.

Il 14 febbraio, giorno dell’amore, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria si sente offeso dalla prefazione di Beppe Grillo. Mi colpisce il passaggio in cui scrivono: “Non accettiamo che al duro, difficile e delicato lavoro che quotidianamente le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria svolgono con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità vengano associati i terribili vocaboli di violenza, indifferenza, cinismo e omertà. Nel libro è specificato che non si accusa il sistema penitenziario, ma il sistema omertoso del coprirsi. La maggior parte degli uomini e delle donne sono onesti cittadini che oltre a compiere perfettamente il loro dovere sono genitori. Da genitore per i figli dobbiamo sempre discernere ciò che è bene da ciò che è male e un direttore di un carcere che dichiara: “Il detenuto non si massacra in sezione, il detenuto si massacra sotto” è un male che vanifica l’impegno delle persone oneste.

Nel libro c’è la testimonianza di Ornella Gemini, madre di Niki Aprile Gatti un ragazzo incensurato che per presunta frode informatica viene portato in un carcere di massima sicurezza. Viene arrestato nell’inchiesta Premium, i numeri a pagamento che hanno fatto disperare molti italiani. Niki dichiara da subito di voler collaborare. Per il primo ingresso in carcere esiste una circolare che prevede un trattamento di riguardo, in primis potersi mettere in comunicazione con i familiari. Al ragazzo non è permesso. Muore nel bagno della cella. Un ragazzo alto 1 metro e 80 cm di 92 chili si sarebbe suicidato con un laccio di scarpa in uno spazio che non lo permetteva. Il caso archiviato, deposizione del ragazzo secretata.

Ornella Gemini lancia un’iniziativa: acquistare il libro, leggerlo e poi perderlo in un luogo pubblico in città, con un messaggio: “Non sono stato dimenticato. Prendimi, leggimi e poi perdimi in qualche posto in città. Aiutami a dare voce a ragazzi che non ce l’hanno più. Un mamma!”

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Il sindacato della Polizia Penitenziaria insorge… dimenticando che nel caso Stefano Cucchi un loro dirigente è stato rinviato a giudizio, ma non è questo il problema.  Ho scritto consapevole di ciò che scrivevo. Farebbero bene a leggere il libro perchè non si accusa polizia, carabinieri e tanto meno polizia penitenziaria, ma ci sono individui che non possono fare questi mestieri, vanno allontanati non coperti con l’omertà. Ricordo che l’Italia è stata condannata dall’Europa proprio perchè non rispetta gli spazi minimi all’interno delle celle. Invece di chiedere incontri con Beppe Grillo, li chiedessero con Angiolino Alfano! Restare in silenzio significa rendersi complici di un sistema che non funziona!

comunicato stampa del sindacato della polizia penitenziaria

SAPPE: sullemorti in carcere, da Beppe Grillo sterile demagogia. Ci incontri e ne
parliamo
(Roma, 14 febb 2011)- “Beppe Grillo parla di carcere e delle morti in carcere ma
non sa quello che dice. Un concentrato di ipocrisia e demagogia come si rileva
dalle sue affermazioni contenute in un libro sulla presunta pena di morte che a
suo avviso ci sarebbe in Italia, nelle prigioni italiane, non è facile trovarlo. Non
possiamo accettare una falsa rappresentazione delle carceri italiane come luogo
fuori dalle regole democratiche e dal rispetto dei diritti umani in cui
quotidianamente e sistematicamente avverrebbero violenze in danno dei
detenuti ed ogni decesso è quindi sospetto, come insinua Grillo. Non accettiamo
che al duro, difficile e delicato lavoro che quotidianamente le donne e gli uomini
della Polizia penitenziaria svolgono con professionalità, zelo, abnegazione e
soprattutto umanità vengano associati i terribili vocaboli di violenza,
indifferenza, cinismo e omertà. Nessuno può dare giudizi superficiali o attribuire
frettolosamente responsabilità senza alcuna prova, men che meno Beppe Grillo,
che della vita in carcere non ci sembra sapere proprio nulla: è la Magistratura
che deve accertare – e lo fa come sempre con serenità, equilibrio e pieno rispetto
dei valori costituzionali – gli elementi di cui è in possesso quando si verificano in
carcere questi tragici eventi critici. Ma è invece importante per il Paese
conoscere il lavoro svolto dai poliziotti penitenziari, è importante che la Società
riconosca e sostenga l’attività risocializzante della Polizia Penitenziaria e ne
comprenda i sacrifici sostenuti per svolgere tale attività, garantendo al
contempo la sicurezza all’interno e all’esterno degli Istituti. Il nostro Corpo,
negli oltre 200 penitenziari italiani, è costituito da persone che nonostante
l’insostenibile, pericoloso e stressante sovraffollamento credono nel proprio
lavoro, che hanno valori radicati e un forte senso d’identità e d’orgoglio, e
che ogni giorno in carcere fanno tutto quanto è nelle loro umane possibilità
perché nessuno perda la vita, sventando ogni anno centinaia e centinaia
suicidi di detenuti (quasi mille all’anno!). Invito Grillo ad incontrare il primo
e più rappresentativo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il SAPPE: molto
volentieri gli racconteremo qual è la realtà nelle carceri italiane”.
E’ quanto dichiara Donato CAPECE, segretario generale del Sindacato Autonomo
Polizia Penitenziaria SAPPE, la prima e più rappresentativa organizzazione dei
Baschi Azzurri, in relazione ad alcune affermazioni di Beppe Grillo sulle morti in
carcere.
“Noi, che rappresentiamo il primo e più rappresentativo Sindacato della Polizia
Penitenziaria, siamo i primi a sostenere che il carcere deve essere una casa di
vetro, proprio perché non abbiamo nulla da nascondere. Ma non è accettabile il
gioco al massacro dell’onorabilità della Polizia penitenziaria e dei suoi
appartenenti. Ci offendono le sollecitazioni a fare piena luce su alcune morti
avvenute in carcere quasi a instillare il dubbio (a gente che nulla sa di carcere e
delle reali dinamiche penitenziarie) che questi tragici eventi fossero stati seguiti
e gestiti con leggerezza e disinteresse o, peggio ancora, con omertà. Beppe Grillo,
che con il movimento Cinque Stelle si prefigge di dare nuovi stimoli all’asfittica
politica italiana, non può fare sterile demagogia sulla triste tragedia delle morti
in carcere. Ci incontri e comprenderà davvero come si vive nelle nostre prigioni”.

Il detenuto non si massacra in sezione, il detenuto si massacra sotto

 

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Un viaggio nel buio delle carceri. Da nord a sud della penisola si muore. Nel 2009 i suicidi sono stati settantadue e nel 2010 sessantasei. Statisticamente quello che conta è il dato negativo. Il ministro Alfano (o chiunque fosse stato al suo posto) si riempirà la bocca con – 8,2 per cento i suicidi in carcere. Perché? C’è stata una riforma? Un incremento di agenti? Un miglioramento delle condizioni carcerarie? Nuove carceri più umane? Niente di tutto ciò, è solo un caso.

Ma che cosa avviene in carcere? Bisogna fare due distinzioni.

Ci sono detenuti che si tolgono la vita perché l’ingresso e la privazione della libertà sono traumatici, altri manifestano già problemi psichici oppure avvengono pestaggi da parte di altri detenuti. Le carceri sono sovraffollate, a volte non è possibile nemmeno fare l’ora d’aria. Molte strutture risalgono al XIII secolo. In questo libro non si approfondiscono queste problematiche, ma il secondo caso: le morti sospette, quelle da accertare. In carcere gli agenti picchiano, così come nei fermi, presso le caserme dei carabinieri o della polizia. Stefano Cucchi dopo la notte nella caserma dei carabinieri si presenta all’udienza in tribunale con il volto tumefatto, camminava sulle sue gambe ma a fatica. Poi il ricovero in ospedale dove alla famiglia il 22 ottobre è stato comunicato: “Si è spento!” Giustamente la famiglia si è chiesta da subito come si fa a spegnere un ragazzo che stava bene. Le foto raccontavano tutto. Nessun carabiniere rinviato a giudizio. In un Paese civile e democratico non si può essere condannati a morte per qualche grammo di hashish e cocaina. Ricordano che la pena di morte è stata abolita da un bel pezzo.

La morte di Niki Aprile Gatti invece viene annoverata sempre fra i suicidi, ma leggerete che si tratta di un omicidio. Una madre ama il proprio figlio e spesso è portata ad accentuare i pregi. Nel caso di Ornella non è così. Ho conosciuto persone che avevano condiviso un pezzetto di vita con Niki, lo hanno descritto tutti come un ragazzo buono, educato, dolce. Anchel’ultimo agente di custodia che gli parla lo ricorda così. Con la madre avevano un rapporto saldo, confidenziale, Niki non ha lasciato neanche un biglietto. Era stato portato in un carcere di massima sicurezza da solo, mentre era stato arrestato insieme ad altre diciassette persone nella vicenda Premium (numerazioni telefoniche a pagamento). Da subito ha collaborato e ancora oggi la sua deposizione è secretata. Nessun esame tossicologico, solo l’autopsia che attesta la presenza di un livido a forma di cerchietto sulla parte alta del braccio. Trovato impiccato con un laccio delle scarpe. I suoi compagni di cella spostati altrove. Chi ha ucciso Niki e perché?

In carcere avvengono pestaggi. Ma vince l’omertà. Giuseppe Luzi il comandante del carcere di Teramo in una registrazione audio si sente:  «Il detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto. Abbiamo rischiato una rivolta perchè il negro ha visto tutto» Questa è una prova schiacciante, invece è il detenuto che è stato rinviato a giudizio per aver picchiato un agente.

Un agente mi ha confessato che si picchia con l’asciugamano bagnato perché così non si lasciano tracce sul corpo, ma possono essere colpiti gli organi vitali, quello che si presume sia accaduto ad Aldo Bianzino. Sempre quest’agente mi dice che lui non è mai entrato in cella con altri colleghi, perché una volta dentro non sai cosa può accadere, c’è l’esaltato, il frustrato, chi deve ribadire la posizione di superiorità e giù che si picchia. Poi verrà fatta firmare una dichiarazione in cui si racconta di una caduta accidentale dalle scale, come nel caso di Stefano Cucchi.

Nella polizia penitenziaria come negli altri corpi non si fanno corsi formazione, non c’è un supporto psicologico e poi c’è carenza di personale. Ci sono paesi europei dove tutto questo non accade, in fondo vengono spesi tanti soldi inutilmente per una volta potremmo mandare il ministro Alfano a fare un’ispezione nelle carceri finlandesi o norvegesi.

Stefano Cucchi, Niki Aprile Gatti, Aldo Bianzino, Aldo Scardella, Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi,  Riccardo Rasman, Vito Daniele, Katiuscia Favero, Stefano Frapporti, Giuseppe Uva, Bledar Vukaj, e tanti che non sono menzionati nel libro, sono morti nelle mani dello Stato. Restare in silenzio significa rendersi complici di un sistema che non funziona.

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