“L’Aquila ha subito vari terremoti nella sua storia, molti dei quali distruttivi.
Il primo terremoto di cui si ha notizia risale al 13 dicembre1315, le scosse si perpetrarono per quattro settimane, provocando numerose vittime. Gli aquilani vissero all’aperto o sotto rifugi di fortuna in pieno inverno.
Il 13 aprile 1348 si ebbe un sisma che causò lievi danni.
Un terremoto devastante, invece, si verificò il 9 settembre 1349: anche in quella occasione vi furono molti danni e le vittime furono circa 800, (le cronache dell’epoca riportano lunghi tratti della cinta muraria caduta o sbrecciata). La nube di polvere che gravò sulla città per lungo tempo impedì le ricerche dei sopravvissuti sepolti dalle macerie.
Nel 1456 un nuovo terremoto colpì L’Aquila nel suo periodo di massimo splendore. Si registrarono vittime e danni.
Un terremoto ben più devastante si ebbe il 26 novembre 1461 con una intensità pari al 6,4 (scala Richter) successivamente alla scossa principale vi furono altre scosse che si protrassero per due mesi.
Il 2 febbraio 1703: terremoto della Candelora. (Per molti aspetti ricorda quello del 2009). Le cronache dell’epoca narrano che nell’ottobre del 1702 iniziò un lungo sciame sismico che durò per diversi mesi. La popolazione aquilana passò per paura l’inverno dentro rifugi di fortuna. Dopo che per un certo numero di giorni non si avvertirono più le scosse, per ringraziare la fine dello sciame sismico molti cittadini aquilani (ognuno del proprio borgo o quarto) si ritrovarono nelle chiese ai vespri, quando avvenne la forte scossa pari al 6.7 gradi della scala Richter, vi furono tremila morti; solo nella chiesa di San Domenico quasi ottocento e oltre seimila durante il corso dell’anno. Vi furono molti danni, quasi tutte le chiese e i palazzi riportarono danni significativi, se non rasi al suolo. Le persone sopravvissute abbandonarono la città ritenuta poco sicura.
Vi furono altri terremoti nella storia di L’Aquila molto meno distruttivi dei precedenti, quello che devastò la Marsica, il 13 gennaio del 1915, provocò danni anche nel capoluogo, ma solamente ai palazzi del centro storico.
Il 6 aprile 2009 ore 3.32: la grande scossa. Erano ormai mesi che gli aquilani avvertivano scosse di terremoto, fin dall’ottobre 2008, e con il passare dei mesi si erano intensificate. Che L’Aquila sia una città sismica ad alto rischio ce lo dice la storia: è stata distrutta ben tre volte dalla sua origine, era il “terremoto amico” che avvertiva, quasi supplicava di intervenire, di fare qualcosa. Le autorità preposte però, non prendevano provvedimenti, un silenzio assordante quasi come il terremoto. Un cittadino si aspetta che chi ha mandato a rappresentarlo si preoccupi di lui, della sua sicurezza.
Non si può vivere in un Paese dove non si fa prevenzione, dove si sottraggono risorse al soccorso pubblico, ai Vigili del Fuoco (sono gli unici per capacità e professionalità) sotto organico con turni massacranti e mal pagati. In una condizione del genere ci si aspetta, da chi è deputato a governare, di organizzare dei piani di soccorso in caso di terremoto, ma soprattutto di informare e non nascondere ai cittadini il pericolo che corrono.” Introduzione di Maurizio Alosi al libro “Ju tarramutu” uscito ad ottobre 2009 ben prima delle intercettazioni che dimostrano l’incapacità di svolgere il ruolo ricoperto da Guido Bertolaso. Il medico, ex Capo della Protezione Civile, definì lo sciame sismico del 2009 normale, lo si evince da queste intercettazioni che risalgono al 30 marzo 2009, giorno in cui ci fu la scossa più forte fino a quel momento. Il giorno dopo a L’Aquila si riunì la Commissione Grandi Rischi, composta da esperti di terremoti e non da medici, che ripetè le parole di Guido Bertolaso.
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Nel mio percorso di docente ho incontrato lavoratori apprendisti di un punto ristoro del Gruppo Sarni: un ragazzo ed una ragazza. Insegnavo “Rapporto di lavoro” e partivo sempre dalla nostra perfetta Costituzione passando per le nostre meravigliose leggi sul lavoro, per arrivare al Contratto Collettivo Cazionale di categoria… da qui cominciava lo sfogo di tutti i lavoratori: “Noi facciamo anche e soprattutto altro rispetto alla nostra mansione” I lavoratori di Sarni non li posso dimenticare, mi raccontarono: “Dobbiamo pulire i cessi, dopo aver fatto un cappuccino, poi devi tornare all’affettatrice, non hai il tempo per mettere un guanto di protezione, spesso ci facciamo male” Il ritmo del lavoro ha un unico tempo: velocità. Erano amareggiati, delusi, affranti.
Oggi, a distanza di qualche anno, incontro Maria, tanti chilometri la separano dai miei corsisti, ma il padrone è sempre lo stesso: Sarni un gruppo che vanta fra le tante virtù: 1500 dipendenti. Ecco lo sfogo di unaex lavoratrice/delegata sindacale che si sente sconfitta dal potere dell’imprenditore/padrone:
“Maria… hanno licenziato Grazia, ora ti chiama lei….”ore 09.00 del 24 Marzo, la fine.
Era una mattina come tante altre, era il mio giorno di riposo, era il giorno destinato per me, a “rivoluzionare” casa, infatti ero intenta a spostare il mio comò in camera da letto… lo stesso comò che per giorni a venire, sarebbe rimasto li, in mezzo alla camera,come un souvenir….. e appoggiata io…con il cellulare in mano, io, incredula per quello che era successo, io che non riuscivo in nessun modo a dare giuste risposte a tutte le domande che mi ronzavano nella testa, io che chiamo la mia segretaria di confederazione, e l’avviso dell’accaduto, io come un automa che cerco mia figlia, la cerco piangendo, perché sapevo che dopo Grazia, dopo di lei, tutte noi, io che non riuscivo a smettere di singhiozzare, per la rabbia, per la paura… la paura di un futuro che mi stavano, ci stavano portando via.
Come un automa mi vesto, ed esco di casa, avevo bisogno di recuperare le mie emozioni, dovevo, lo dovevo per le mie colleghe, lo dovevo, perché solo Dio sa di quanto io mi sentivo, e mi senta tutt’ora responsabile, ero la loro delegata sindacale…. perchè rivendicare i propri diritti, oggi, in questo clima sociale politico, è pericoloso.
Erano tutte li’, chi lavorava, chi libera come me, chi doveva ancora entrare in turno, ma tutte li, ad “aspettarci”, tutte, per decidere su cosa fare….tutte licenziate, l’azienda risolveva il nostro rapporto dal primo di Aprile….. il paradosso è venire licenziate in questo modo, il paradosso, è stata una riunione fatta un settimana prima con i vertici aziendali, dove diceva a noi dipendenti, di voler risolvere tutti i problemi del punto ristoro, dove ci chiedeva una collaborazione, che sempre c’era stata, dove pero’ divedeva noi dipendenti tra buoni e cattivi… perché dividere e imperare, è una strategia che tutte le aziende usano, perché molto piu’ furbe di chi vi lavora, che gia’ e diviso di per se da mille fattori…. perchè chi vi lavora, non è furbo, non ha la stessa scaltrezza, che invece ha il padrone ed i suoi uomini…. perchè chi vi lavora, pensa che coltivare il suo orticello, sia piu’ sano, piu’ redditizio, senza capire, o voler capire, che comportandosi in questo modo, crea crepe che non dovrebbero aver ragione di esistere, crepe dovei vari padroni, ci si insinuano come un tumore,che si espande, fino a levarti la vita, fin a farti entrare in un vortice vizioso, e a farti danzare come gli orsi.
La prima giornata di sciopero ad oltranza, la prima giornata, di innumerevoli presidi posti al di fuori del centro commerciale, che si sarebbero poi chiusi un sabato ,pomeriggio, dopo aver chiesto ed ottenuto la solidarietà di lavoratori come noi.
Pochi, troppo pochi a dir il vero, troppo poco e lontano oggi il solo pensiero di aiutare chi è in difficolta’…. anche se lavoratori proprio come noi, anche se nessuno si puo’ sentire immune da certe cose…. non puoi non vedere quello che ti sta’ intorno, non puoi non vedere cosa accade oggi, è un dovere morale e civile aiutare chi perde il lavoro…. dovrebbe indignarsi l’Italia intera, dovrebbe…… ma non è cosi, e se qualcuno inizia a “tossire”, è sempre poco, sempre troppo poco!
L’eredita’ dei nostri padri, di diritti e tutele, che giorno dopo giorno, ci portano via, un’eredità, che ti ritrovi dopo decenni, a ridiscutere con le aziende…. ma non si dovrebbe guardare avanti, non si dovrebbe cercare di creare una classe operaia che guarda al futuro….e allora perché si torna indietro, e allora perché non fanno altro che levarci, come se il male degli imprenditori, fosse la sua stessa forza, quella forza che permette a lui e alla sua famiglia di star bene…perché vogliono imbavagliarci….. non dovremno essere noi a ringraziare voi, per i miseri stipendi, per le umiliazioni, per il tempo che levate a noi e ai nostri figli, per la stanchezza che mai abbandona il nostro corpo, il nostro cervello….ma voi, “cari” padroni, voi dovreste guardarci negli occhi, e abbassarvi a noi, ogni giorno,ogni minuto della vostra vita.
(Nella foto le lavoratrici del gruppo Fini acquisito da Sarni) Era Marzo, l’ultima settimana, era freddo, e chissa’ per quale oscuro motivo, anche lassu’, qualcuno si prendeva gioco di noi, infatti non ci fu un solo giorno senza pioggia, non ci fu un solo giorno che il direttore del centro commerciale, non provasse in tutti i modi a cacciarci via da li….il nostro picchettaggio continuava senza tregua, volantini e striscioni…. l’invito da parte nostra ai clienti che bene conoscevamo, a boicottare il ristorante, a farlo per noi, a farlo per un senso di giustizia…..noi, non eravamo state licenziate, perché l’azienda era in crisi, noi eravamo state licenziate per altro…..noi eravamo il terzo mondo….non avevamo diritti, noi che capivamo sempre di piu’, che non ci sarebbe stata solidarieta’… i nostri volti, le nostre storie, erano su tutti i giornali, su tutti i tg locali….la provincia, la regione, il comune, lo stesso sindacato….tutte strade da noi percorse, ma tutte che ci portavano in un vicolo cieco… non si poteva fare niente….. otto lavoratori, perdono il lavoro e nessuno puo’ fare niente….. vi rendete conto che siete complici quanto lui…. noi siamo state l’anticamera dei non diritti, con noi, si è aperto un varco, che se non avessimo subito cercato di chiudere, rivolgendoci ad un giudice del lavoro, si sarebbe sparso a macchia d’olio in tutto il centro commerciale, in tutti i suoi locali, sparsi per la Toscana, e gran parte dell’Italia? Ma a quale prezzo….forse nessuno ha mai provato a capire…il prezzo da pagare, è stato così alto da segnarci per sempre, perché ha rimesso in discussione noi, le nostre sicurezze, le nostre famiglie, la societa’, e la stessa democrazia; una Repubblica democratica, una Repubblica fondata sul lavoro, non puo’ permettere questo, non è ammissibile….un uragano che passa nella nostra vita, spazza via tutto, nessuno puo’ far niente, ma se rivendicare diritti, vuol dire questo, chi di noi otto, non ripensera’ a tutto questo, se si dovesse ripresentare l’occasione…e la catena di collisione sociale, si spezza in piu’ parti, il sindacato si indebolisce sempre di piu’, otto noi, dieci da un’altra parte, ma forse a questo nessuno ci pensa, forse questo non ha importanza, e si torna al perché si rivendicano ormai da decenni, le stesse cose……
Noi, siamo le “Giovanna D’Arco”, dei nostri colleghi sparsi per l’Italia…..noi….ma quando serviva il loro aiuto, dov’erano, e dov’era la “regia” per organizzarci tutti…..troppo facile buttare la spugna prima di provare, troppo facile….non lo sappiamo, non potremo mai sapere quello che sarebbe successo….non si è voluto provare….otto licenziate….cosa vuoi che sia, davanti ai fatti che stanno accadendo in Italia? Maria Esposito
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Gennaro, Vanessa, Maria Michela, Sonia, Giuseppe, Massimo e Fabrizio sono i componenti della band “Le storie infinite”, fin qui nulla di strano, nomi comuni. Gli “atipici” sono: il giudice Massimo De Cesare ed il magistrato Gennaro Varone. Sono insieme da circa un anno, cantano, si divertono e devolvono gli incassi in beneficienza (in un anno hanno raccolto più di 25 mila euro). Varone ha una duplice veste: cantautore e chitarrista. I suoi testi son il frutto di spunti dall’attualità, ma anche dal passato. Ha accettato di rispondere a questa intervista nella sua duplice veste di magistrato/cantante:
Immagino che sia nata prima la vocazione per la musica e poi per la magistratura, come ha scoperto queste sue attitudini?
L’attitudine per la musica, grazie ai miei genitori, che amavano la musica classica; Rossini e Chopin, in particolare. Quando avevo dodici anni, mia zia mi regalò un organo-giocattolo “Bontempi”, ed io stupii tutti eseguendovi “La marcia turca di Mozart” (che ascoltavo nel programma televisivo “Oggi le comiche”). In seguito, mia madre mi fece studiare pianoforte. Da allora non ho mai smesso di suonare, né di ascoltare musica di ogni genere.
Il mio mestiere ho imparato ad esercitarlo… esercitandolo. Il senso di giustizia mi deriva da una profonda acquisizione ed elaborazione del concetto di eguaglianza tra gli uomini, che devo, ancora una volta, ai miei genitori, mirabilmente espresso dall’articolo 3 della nostra Costituzione. Ricordo ancora quanto rimasi illuminato da un magistrale intervento, sul punto, di un docente all’università di Bari, durante uno dei primi giorni del mio primo anno accademico.
In questi ultimi anni abbiamo sentito la parola magistratura associata al colore rosso, come “difende” la sua categoria?
Non credo che la mia categoria debba essere “difesa”. Per due ragioni. La prima. I magistrati italiani si sono distinti, sempre, per il loro impegno a garanzia dei diritti; se posso ricordarlo, sin dai tempi del delitto Matteotti, quando il giudice istruttore Mauro Del Giudice svelò, con una coraggiosa e caparbia indagine giudiziaria, tutti i retroscena di quel crimine; sino a sfiorare l’incriminazione di Mussolini (ottenendo, in cambio una ‘promozione’ che lo trasferì da Roma a Catania). La toga dei magistrati italiani è nera; oppure, se rossa, soltanto per il sangue versato: e mi riferisco a quei magistrati che hanno pagato (caso unico nel mondo occidentale) addirittura con la vita, come tutti dovremmo ricordare, il loro impegno lavorativo. Le accuse di essere “rossi” le considero una pretestuosa ed offensiva reazione di chi è insofferente al controllo di legalità.
La seconda ragione: i magistrati che tradiscono la loro funzione e le aspettative che noi tutti riponiamo in loro (la cronaca, ogni tanto, ne addita qualcuno) non meritano alcuna difesa.
La sua è una musica impegnata, mi ha colpita una canzone dedicata alla resistenza partigiana, si può coniugare musica e giustizia?
Non potrebbe essere diversamente, dal momento che è lo stesso uomo ad interpretare, con lo stesso impegno ed energia, l’una e l’altra. La musica è bisogno di sentire e trasmettere emozioni. E, dal momento che l’«uomo nobilita il lavoro» e, non il contrario, ogni lavoro richiede impegno e passione.
Lei si è occupato di inchieste importanti in Abruzzo che hanno messo in luce i comportamenti illeciti di esponenti politici. Dopo le tristi stagioni del terrorismo, delle corruzioni a molti livelli istituzionali, pensa che oggi stiamo vivendo la fase due di mani pulite?
Credo che la corruzione sia divenuta una pratica molto più raffinata, che non in passato; che oggi gli scambi illeciti abbiano trovato forme nuove e più difficili da provare, come le indagini svolte, a mio avviso, dimostrano (anche se, sul punto, attendiamo -tutti- le sentenze dei giudici); che, oggi più di ieri, ciò dipenda da un imbarbarimento dell’etica nelle relazioni sociali e da una esasperazione delle forme di egoismo ed individualismo; ma anche da un decadimento dei “modelli” culturali di riferimento. Certo, quando non si fa che ripetere che i magistrati sono criminali, o che agiscono senza prove; quando si propagandano leggi per limitarne le facoltà; ebbene, è difficile attendersi che il singolo ‘socio’ di questa nostra grande comunità sia spronato ad essere rispettoso delle leggi. Poi, ci sono anche cause storiche, ma l’analisi sarebbe troppo lunga.
Oggi il cittadino è molto più vicino ai magistrati rispetto a qualche decennio fa, secondo lei perché non vedono equità, giustizia sociale da parte della classe politica e quindi si aspettano una risposta da voi magistrati?
A me sembra che, in genere, si abbia un sentimento ambivalente verso la giustizia. La si desidera, per reazione ai soprusi (che si subiscono o si notano nel quotidiano); ma ci si attende che siano ‘altri’ (innanzitutto, i magistrati) a farla, miracolosamente; come se ciò fosse possibile senza la partecipazione di chi vede e sa. E’, invero, molto raro trovare collaborazioni: per timori (spesso infondati, ma qualche volta fondati) di ritorsioni, o (più frequentemente) per malinteso senso di solidarietà tra ‘pari’.
Credo anche che molti di noi preferiscano cercare privilegi, piuttosto che esercitare diritti: per l’impoverimento dell’etica e dei modelli educativi di cui dicevo prima.
Secondo lei oggi abbiamo un impianto di regole processuali inidoneo a rispondere all’esigenza di giustizia? Qual è la sua proposta?
Il nostro sistema di regole (processuali e sostanziali) rende davvero difficile pervenire (mi riferisco ai casi complessi: ma va tenuto conto che, con l’esplosione delle comunicazioni a distanza ed il conseguente aumento di ‘velocità’ delle relazioni umane, molti casi giudiziari divengono ‘complessi’) ad una sentenza di accertamento in tempi brevi. Fare una proposta richiederebbe una lunga spiegazione delle cause, per arrivare alle possibili soluzioni. In sintesi posso dire che (in fine ‘dei conti’ e secondo me) non si tratta di ‘tecnica’ della legislazione; ma di volontà politica (dei nostri rappresentanti in Parlamento) di raggiungere un obiettivo, piuttosto che un altro. Stiamo a vedere che cosa accadrà.
Il prossimo progetto musicale?
Abbiamo parlato più di giustizia, che di musica… Allora diciamo: dulcis in fundo… Il progetto musicale è il disco, che io ed i miei amici di band abbiamo appena finito di registrare e sarà pubblicato a febbraio dalla Twelve Records, una etichetta musicale che ha creduto in noi. Si intitolerà “Sognare le cose impossibili”: un po’ il leitmotiv della nostra ‘avventura’ musicale (nata per caso), della nostra scommessa sul talento di raccogliere intorno a noi bellezza e positività; ed anche del modo in cui (io credo) debba essere concepita la nostra esistenza.
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di Damiano Aliprandi e Samanta Di Persio. L’Inchiesta Premium è partita grazie alle denunce di migliaia di utenti di Firenze e Arezzo truffati a causa della tariffa maggiorata degli 899 o attraverso connessioni illegali ad internet. Da queste denunce è partita l’Inchiesta condotta da Monferini e Canessa, e come spesso accade, da una semplice truffa, si arriva a scoprire le attività mafiose. Pare che l’Operazione Premium abbia solo sfiorato questi altri livelli. A differenza dell’inchiesta Telecom-Fastweb condotta dal Magistrato romano Capaldo: un’indagine a 360 gradi che toccò addirittura la collusione tra politica e la ‘ndrangheta.
Ma lo scandalo di cui vogliamo parlare è un altro ancora, e per alcuni versi addirittura ancor più vergognoso.
I truffati sono stati subito affiancati dall’ADUC (Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori) Un’associazione molto importante che ha fatto e sta facendo molte cause contro la Telecom, la Rai, ecc. L’ADUC all’epoca (2008) dichiarò di costituirsi parte civile e partecipare attivamente ai futuri processi dopo la conclusione dell’inchiesta. Quindi, essendo parte civile, l’ADUC ha la possibilità di sapere se l’Inchiesta Premium si sia conclusa e soprattutto sapere la date dei possibili processi. L’ADUC non risponde alla richiesta di informazioni in merito alla vicenda.
I truffati sono stati circa tremila, potrebbero farci sapere che cos’è accaduto? Se sono stati rimborsati e da chi?
Nell’inchiesta Premium furono arrestate 18 persone (tranne il calabrese Francesco Cimieri che era rimasto a Londra, sede delle società off shore indagate), soltanto una fece la sua deposizione presso il tribunale di Firenze, tutte le altre si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Quell’unica persona ha un nome: Niki Aprile Gatti. Niki, un ragazzo incensurato di 27 anni, dopo 20 ore dall’interrogatorio di garanzia, è stato trovato morto nella sua cella del carcere di Sollicciano, tutti gli altri sono tornati in libertà con il loro silenzio. La morte di Niki archiviata come suicidio, nonostante i furti nella società dove lavorava e nella sua abitazione.
Chiunque abbia notizie può scrivere ad Ornella Gemini, madre di Niki: mondadori.avezzano@gmail.com
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Ogni anno migliaia di prodotti vengono ritirati dalla vendita: pasta, latte, salumi, ecc., sono le stesse ditte che inviano la richiesta ai supermercati, affinchè rispediscano indietro la merce che viene definita non idonea alla vendita. Ad esempio nel 2005 la Coop, su invito dei produttori, ritirò dalla vendita il latte Parmalat, Granarolo e Newlat per un tipo di stampaggio sul Tetra Pack. l’anno scorso scoppiò il caso delle mozzarelle blu a marchio tedesco Land. Molto spesso sulle confezioni del latte c’è scritto provenienza europea, ormai l’Europa è vasta e il legislatore dovrebbe intervenire per garantire una maggiore trasparenza.
Quando emerse il caso dell’influenza A/H1N1, comunemente chiamata suina, molta carne fu ritirata dal commercio, perfino una mortadella prodotta (sulla carta) in Italia che costa circa 15,00 euro al chilo (gli esperti mi dicono che per una mortadella il prezzo è elevato). In realtà la legge permette di comprare animali all’estero, se questi vengono importati vivi e la macellazione avviene in Italia, il prodotto viene marchiato: made in Italy, se vengono importati morti, allora rimane il luogo di provenienza.
Nel mese di dicembre alcuni punti vendita hanno venduto la pasta Del Verde in offerta. Le promozioni vengono decise fra un responsabile commerciale della grande distrubuzione e le aziende produttrici, in pratica posso farti un certo prezzo se acquisti un certo numero di pezzi. Nel caso Del Verde, subito dopo l’offerta, è arrivata una raccomandata dalla stessa da esporre in pubblico con la richiesta del ritiro o se già venduti della riconsegna dei lotti indicati. (Ci tengo a precisare che non c’è correlazione fra i lotti venduti in offerta e quelli da ritirare) E’ noto che molte farine utilizzate dai pastifici (ma anche dai panifici) provengono dall’estero. Ma quanti punti vendita informano correttamente il consumatore che deve riportare il prodotto?
Se non si vuole incorrere in sanzioni la comunicazione dev’essere resa nota. Il nostro codice penale prevede una serie di reati: punisce l’avvelenamento, l’adulterazione e la contraffazione di acque o di sostanze alimentari, nonchè il commercio di acque o di sostanze alimentari contraffatte, adulterate, se idonee a provocare uno stato di pericolo per la pubblica salute (artt. 439, 440 e 442). Vengono altresì puniti la frode in commercio e la vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine (artt. 515 e 516). Accanto alle norme del codice penale si colloca la legge 24 novembre 1962, n. 283, inerente la disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande. Periodicamente la grande distribuzione ed i piccoli commercianti ricevono richieste di ritiro della merce ed a volte non viene specificato il motivo o peggio non vengono esposti alla clientela, nonostante la legge preveda altro.
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Voglio concludere quest’anno con la sintesi di alcune vite che mi hanno colpita più di altre per la loro tragicità. Ho avuto la possibilità di raccontare le loro storie di malagiustizia nei miei libri e penso alle loro festività spezzate.
Una, dieci, cento volte vittime italiane dell’indifferenza, dell’avidità, dell’ingiustizia.
“Morti bianche” Casaleggio Associati 2008
Andrea Gagliardoni ha 23 anni, lavora ad Ortezzano, è stato assunto con un contratto di formazione e lavoro. Il 19 giugno 2006 comincia il suo turno presto, alle 5.00. Dopo un’ora dal suo arrivo la pressa tampografica sulla quale sta lavorando incomincia a dare dei problemi. Il ragazzo è solo e mette in stand by il macchinario che riparte spezzandogli l’osso del collo. Muore sul colpo, due indagati per omicidio colposo, due colpevoli condannati ad 8 mesi con la condizionale. La madre Graziella Marota denuncia: “E’ inconcepibile perdere un figlio per colpa del profitto. Tutto ciò è accaduto perchè quella macchina assasina era priva di mezzi di sicurezza: doveva avere tre leve a garanzia, ma in base alle perizie ce n’era solo una e, quell’unica, è stata tolta per velocizzare la produzione“
Pietro Mirabelli è un calabrese di 51 anni, è un rls (rappresentante dei lavoratori per la sicurezza), lavora nel Mugello per la realizzazione della TAV Bologna-Firenze. Ha denunciato il ricatto a cui sono sottoposti i lavoratori: “Sulle procedure di sicurezza presenti sui piani operativi c’è scritto ciò che si può fare e ciò che non si può fare. Un lavoratore consapevole del rischio cha va ad affrontare, volendo potrebbe rifiutarsi di eseguire un incarico pericoloso. Ma a pericolo identificato si pensa alla famiglia, non si vuole mettere a rischio il posto di lavoro considerando quanto è difficile trovarne uno” Pietro è morto sul lavoro in Svizzera il 22 settembre 2010.
Ruggero Toffolutti è il simbolo di una morte e una nascita. Dopo l’incidente che gli è costato la vita la madre Valeria Parrini ed il suo papà Roberto Toffolutti hanno dato vita all’associazione nazionale Ruggero Toffolutti contro gli infortuni sul lavoro, Valeria grida con forza: “E facciamo del nostro meglio per ricordare alle istituzioni, agli organi di controllo, a politici e sindacati che le loro grida di sdegno sempre pronte a levarsi quando un altro lavoratore ci lascia la pelle, hanno il valore delle classiche lacrime di coccodrillo senza un impegno adeguato e costante a carattere preventivo e repressivo nei confronti delle aziende e delle loro ragioni economiche, che restano gli imputati principali di questa strage continua e silenziosa“
“Ju tarramutu. La vera storia del terremoto in Abruzzo” Casaleggio Associati 2009
Giustino Parisse nel terremoto che ha colpito L’Aquila il 6 aprile 2009 ha perso i suoi figli, il suo papà e la sua abitazioni. Giustino è un giornalista. Dalla sua testimonianza emerge il significato di sentirsi dieci, cento, mille volte vittima: “Apettavamo il risultato della riunione del 31 marzo con la Commissione Grandi Rischi, il sindaco, gli assessori. Il giornale aveva preparato un paginone con il numero delle scosse, l’intensità, quando e dove c’erano state. Loro dissero: “E’ tutto a posto” (…) Gli esperti dovevano dire che questo sciame sismico può presupporre una forte scossa. Se state in una casa in cemento armato: potete stare tranquilli; in una in pietre: fate attenzione. Se io fossi stato messo in allarme in quel modo, forse mi sarebbe venuto in mente di uscire fuori, di dormire in auto. Come operatore dell’informazione venivo informato male, e di conseguenza informavo male. Il paradosso è che la prima vittima sono stato io“
Davide Centofanti è uno studente, la notte del 6 aprile dorme nella casa dello studente insieme agli altri 7 ragazzi che rimarranno sotto le macerie dell’edificio. Antonietta Centofanti, zia di Davide e presidente del Comitato vittime della casa dello studente, ricorda suo nipote: “Era rimasto a L’Aquila perchè doveva dare un esame, gli mancavano sei crediti per raggiungere quelli che gli occorrevano per il rinnovo della borsa di studio. Così, altri ragazzi, non sono tornati a casa perchè dovevano studiare, se avessero perso la borssa di studio non avrebbero potuto continuare gli studi. La cosa più terribile è che hanno interrotto questo cammino a questi ragazzi. Non sapremo mai che donne e uomini sarebbero diventati“
“La pena di morte italiana” Rizzoli 2011
Niki Aprile Gatti lavora a San Marino, viene arrestato per presunta frode informatica insieme ad altre diciassette persone. E’ un ragazzo incensurato, ma viene portato in un carcere di massima sicurezza: Sollicciano. Dopo cinque giorni è stato trovato impiccato nel bagno della cella. Ci sono ancora molte ombre nella sua morte archiviata dalla magistratura come suicidio. “Hanno voluto farmi credere al suicidio, ma non l’ho creduto nemmeno per un attimo. Niki era consapevole della sua genialità, del suo riuscire a districarsi in ognioccasione, Niki non aveva mai avuto problemi con la giustizia, Niki non era mai entrato nemmeno in visita a un carcere, Niki non doveva essere trattato in questo modo“ sono le parole della madre Ornella Gemini
Tutti gli altri non sono meno importanti, per motivi di spazio ho ricordato Andrea, Pietro, Ruggero, Giustino, Davide e Niki. In queste parole penso che si rispecchino tutti coloro che ho intervistato in questi tre anni e coloro che purtroppo non hanno voce, ma in silenzio soffrono.
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Non è difficile mostrare la gioia di indossare un paio di jeans Miss Sixty e se il cachet è top secret potrebbe significare che ha molti zeri; mentre l’azienda produttrice ha comunicato un esubero di 240 unità (su 445) a causa della crisi. I vertici aziendali a chiusura dell’anno 2010 fecero un discorso ai lavoratori: ammettevano la crisi, ma loro avevano gli strumenti per il rilancio. Dalla primavera del 2011 la testimonial per il gruppo Miss Sixty è Belen Rodriguez con il suo sedere, l’Italia ha un forte import in questo settore.
Gli operai in cassa integrazione della Miss Sixty di Chieti Scalo sono in presidio permanente, restano lì anche dopo aver ricevuto l’insulto: “Andate via, rovinate l’immagine dell’azienda”. Quindi la Rodriguez con la sua vita sregolata e video hard può solo dare lustro all’azienda; il problema sono i lavoratori ai quali, alla fine dell’anno, scade la cassa integrazione e questo potrebbe significare termine degli ammortizzatori sociali. Gli operai denunciano, ma nessuno riporta tale notizia, che l’impresa non chiude per mancanza di commesse, ma per la famosa dislocazione concessa da Governo e sindacati. Il gruppo Miss Sixty racchiude molte marche di tendenza: Energie, Refrigiwear, Killah, Baracuta, Murphy & Nye. Killah da alcuni mesi viene già prodotta completamente in Cina, anche i tessuti non sono più italiani, un t-shirt made in Cina costa € 1,50, Energie è prossima all’espatrio e come sappiamo, quando il prodotto viene venduto in Italia, il prezzo ovviamente non è in base al costo della manodopera cinese.
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